50 Cent, Jay Z, Snoop Dogg Il rap è diventato un ufficio di collocamento

Si dissolve il genere che ha dominato gli anni ’90. Gli artisti famosi ormai sono uomini d’affari e lanciano profumi, abiti e videogiochi

da Milano

In fondo adesso non si può più negare: il rap made in Usa, inteso come gigantesco calderone ribollente di ispirazione, è moribondo. Surgelato. Sterile. Per carità, sopravvivono gli slanci underground e pure la sua potenzialità commerciale, anche se basta guardare solo l’ultima classifica di Billboard per rendersi conto di quanto stia scemando: tra i primi venti posti della classifica di questa settimana, solo uno (l’ultimo) è occupato da un rapper.
Ma il resto è altro.
E quindi il genere musicale che ha colonizzato gli anni Novanta, disperdendosi in miliardi di fiumiciattoli di vario valore e rilievo dal gangsta all’hip hop, è nella sconfortante situazione dell’industria piena di personale ma scarsa di fatturato. Perché? Come sempre accade con i generi musicali drammaticamente legati al territorio, è cambiata la realtà intorno. Il codice «io nero, tu bianco» che per anni è stato tradotto con successo (motivato) in «io emarginato, tu razzista», ora è stato annacquato da tante altre componenti che, non mutando il risultato, hanno stravolto la situazione. Se Obama è in corsa per la Casa Bianca, il rapper che urla dal ghetto come Ice T non è più credibile, o perlomeno non viene più percepito così, anche perché è difficile ispirare fiducia lamentando razzismo dai divanetti di una limousine. E così, dopo aver ballato per qualche anno nel salone mentre la nave faceva come il Titanic e inclinava la prua, i musicisti hanno preso le loro scialuppe e cambiato rotta. Davanti ai fans sbalorditi della prima ora, il rapper è diventato un brand. È un marchio: e produce linee di abbigliamento, film, giocattoli, giochi elettronici e via dicendo. E i teen agers, bianchi e neri, sono vestiti tutti come rapper, pantaloni a cavallo basso, berrettino e via dicendo, ma non hanno più idea di che cosa fosse quel movimento. Persino 50 Cent, l’ultimo dei best seller in caduta libera, uno scarto di galera, un trentaduenne politraumatizzato nella lotta tra gang rivali, è appena stato pizzicato in diretta dalle telecamere nei camerini a sniffare coca (la droga dell’establishment bianco contro cui è schierato) e ha lanciato una società di produzione cinematografica, roba da super manager. Ed è quasi inutile sottolineare che Snoop Dog e Coolio, due rapper duri e puri della prima ora, adesso sono addirittura conduttori di reality show. E pazienza se Coolio presenta Coolio & The Gang sul canale americano Oxygen. Lui è uno che dice: «Quello che cerco di insegnare ai miei figli è di fare come dico, non di fare quello che faccio io», che è la morte di qualsiasi legittimità patriarcale. Ma nessuno si sarebbe mai immaginato che Snoop Dogg (memorabile una sua nottata selvaggia dopo lo show Isle of Mtv a Trieste) avrebbe un giorno presentato il reality Rap di famiglia (tutti i sabati alle 22.30 su E! Entertainment, canale 114 del bouquet Sky).
Ma in fondo, il primo a cambiare è stato tanti anni fa Puff Daddy che nella sua transumanza di nomi - da Puff Daddy a P. Diddy a Diddy e ora a Sean John - ha nascosto una clamorosa disinvoltura affaristica che solo recentemente lo ha portato a chiudere un affare da cento milioni di dollari con la Ciroc Vodka perché lui non è un «semplice testimonial». Lui «crea marchi di lusso». E così, per una Foxy Brown in manette per aggressione o un Eminem che è appena uscito dall’ospedale dopo una polmonite e sembra lontano dal ritorno in classifica, c’è un Jay Z, fidanzato fedifrago di Beyoncé, che firma contratti con la Elizabeth Arden per produrre profumi proprio come una Britney Spears qualunque. Perciò, se resistono ancora talenti veri come Timbaland, Usher o Kanye West, il resto sembra più che altro impegnato a far cassa. Un po’ triste, pare, per quel grido musicale che voleva annullare le differenze tra noi.