Dopo 54 giorni si è concluso grazie ai nostri 007 e alla mediazione della fondazione umanitaria del figlio di Gheddafi il sequestro dei turisti prelevati dalle Fars Liberati dai libici i due italiani rapiti in Niger

Un aereo dei servizi segreti militari ieri li ha riportati in patria. La Farnesina: «Alcune dichiarazioni al telefono degli ostaggi hanno complicato la trattativa»

Andrea Acquarone

Liberi, dopo cinquantaquattro giorni, in cambio di viveri, olio, benzina e qualche pezzo di ricambio d’auto. Si è concluso così, nello stesso modo sgangherato in cui era cominciato, il sequestro di Claudio Chiodi e Ivano De Capitani, i due turisti italiani sequestrati in Niger da un gruppo delle Fars (il Fronte delle forze armate rivoluzionarie del Sahara). Più che guerriglieri una banda di predoni confusi, spaventati e senza idee. Come ammettono gli stessi ex ostaggi: «Abbiamo capito che i nostri rapitori non avevano alcun obiettivo o programma politico, sono normali banditi. Non sapevano nemmeno con chi trattare...».
Tutto era cominciato il 22 agosto nella regione di Agadim, a circa 150 chilometri dal confine col Ciad, una zona ritenuta sicura. Qui viaggiava una comitiva di 21 persone, tra cui appunto i nostri due connazionali appena arrivati dal più periglioso Ciad. Le chiamano vacanze d’avventura, stavolta hanno rischiato di finir male. Eppure i due non drammatizzano: «Non abbiamo mai temuto di morire - raccontano loquaci Chiodi e De Capitani, rappresentante di 48 anni il primo, operaio di 37 l’altro -. Non erano spinti da motivi religiosi. Fino a che noi due avessimo avuto un valore di scambio ci avrebbero tenuto in vita».
Del resto proprio modalità e sviluppi del sequestro non era tali da indurre a brutti pensieri. Ventuno i rapiti, 19 subito rilasciati, solo Chiodi e De Capitani trattenuti da «banditi». Ma liberi di telefonare a casa, di parlare coi giornalisti e coi nostri funzionari della Farnesina. Più volte, parlando da un telefonino satellitare, avevano ripetuto: «Di fatto siamo liberi».
Le cose non stavano proprio così, tanto da indurre al massimo riserbo il nostro ministero degli Esteri. Che lavorava silente, con gli 007 del Sismi e la fondazione Fondazione Gheddafi (guidata da Seif Al Islam Gheddafi, figlio maggiore del leader libico), dietro le quinte. Quattro giorni fa la svolta. «Il negoziato è stato lungo e laborioso perché ha implicato un lavoro molto complesso di coordinamento sotto la nostra supervisione, in strettissimo contatto con il ministro degli Esteri Massimo D’Alema che ha seguito le fasi del sequestro passo, passo», chiarisce la responsabile dell’Unità di crisi Elisabetta Belloni. Che non risparmia qualche critica all’atteggiamento tenuto dagli ostaggi. Troppo disinvolti nelle loro esternazioni telefoniche. La Belloni ricorda infatti «come una volta pregiudicatosi il canale nigerino dopo alcune dichiarazioni dello stesso rapito Claudio Chiodi il 31 agosto l’ambasciata italiana di Tripoli incaricò la Fondazione Gheddafi di intervenire per la liberazione degli italiani».
Le Fars, più o meno ufficialmente, chiedevano in cambio della loro liberazione che il governo nigerino rispettasse gli accordi di pace siglati con le tribù nomadi negli anni Novanta.
Decisiva la mediazione della fondazione umanitaria libica che già nel 2003 ebbe un ruolo nelle trattative per il rilascio dei 32 turisti europei rapiti in Algeria e prima ancora, nel 2000, riuscì a riportare a casa tre tedeschi caduti nelle mani dei ribelli islamici di Abu Sayyaf sull’isola filippina di Jolo.
Carlo Chiodi lo conferma: «I rapitori avevano cercato in un primo momento un accordo con il governo del Niger. È andata male però - ha spiegato ancora l’italiano - e loro si sono rivolti quindi alla Libia decidendo di entrare in contatto con la Fondazione libica, seguita direttamente dalla famiglia Gheddafi, che si occupa di problemi africani. È stata una trattativa lunga e difficile, seguita anche dalla Farnesina. I rapitori ci tenevano sempre informati. Tuttavia capivamo che in molti casi ci raccontavano un po’ ciò che volevano, ma mi hanno sempre lasciato libero di parlare al telefono; anzi, mi spronavano a parlare con i giornalisti».
Conclusione? Appena sbarcati a Verona da un aereo dei servizi segreti, i due ex ostaggi già promettono: «Torneremo in Africa». La Farnesina è avvisata.