64° FESTIVAL DI CANNES

Cannes I khmer rossi, ovvero la Cambogia comunista di Pol Pot, i suoi massacri, la rieducazione forzata di un popolo, il comunismo allo stato più brado e più puro arrivano sulla Croisette fuori concorso, ma non per questo fuori tempo. Duch. Le Maitre des Forges de l’Enfer, di Rithy Pasnh, racconta la storia vera, e lo fa in forma di documentario-intervista, di Kaing Guek Eav, detto Duch, direttore di uno dei campi di sterminio e di prigionia negli anni Settanta del terrore rosso cambogiano. Nel 2009, la giustizia del suo Paese l’ha condannato a 35 anni di carcere, a giugno ci darà il verdetto d’appello. Nominato dall’Ankar, l’Organizzazione senza volto e onnipresente che governò allora la Cambogia, a responsabile del centro S21 di Phnom Penh, fra il ’75 e il ’79 Duch mise a punto una macchina della morte rossa che stando alle ricerche fatte eliminò circa 13mila persone. È un numero impreciso e per difetto, perché una delle regole, come spiega egli stesso, era quella di ridurre in polvere l’individualità e quindi eliminarne ogni traccia fisica e psicologica. Era un qualcosa, dice ancora, che aveva a che fare con la stessa ideologia comunista, un nuovo concetto di morale, un rifiuto di ogni valore borghese in nome di una moralità rivoluzionaria e proletaria che facesse tabula rasa del passato. Duch, senza negare le sue responsabilità, le mette nel conto dell’ideologia, dell’ossessione per il lavoro ben fatto, del culto della gerarchia, del potere e della disciplina, del suo istinto di sopravvivenza e della sua paura della morte che lo rendono alla fine ricattabile, soggetto all’imposizione di chi è sopra di lui a livello di potere.
Il documentario delinea così la macchina infernale di un sistema di distruzione dell’essere umano, e di ogni umanità, attraverso la descrizione maniacale dei suoi meccanismi più minuziosi. È il trionfo della burocrazia applicata al lavoro del boia, dove tutto viene tenuto segreto ma viene registrato e spiegato nel nome di una logica di annientamento pura e semplice, dove per il «nemico» non c’è speranza.