Il ’68 di MICHELE SCIACCA

Nel ’68 Michele Federico Sciacca aveva sessant’anni: siamo a cent’anni dalla sua nascita. Nell’Università di Genova ha insegnato per un trentennio, lui sicilianissimo, da Pavia, dove era ordinario dal 1938.
Legatissimo alla sua vocazione dell’insegnamento, iniziato ventisettenne nell’ateneo di Napoli, altrettanto fortemente era antiaccademico e anticonformista. Non certo per snobberia o per superconformismo, sebbene nato da famiglia nobile.
Nella sua schiettezza coerente e intelligenza geniale era allergico ad «appoggi» di «potenti», partiti, consorterie di qualsiasi genere. Convertitosi al cattolicesimo, dopo un lungo travaglio, non ha mai risparmiato colpi durissimi ai clericalismi, ecclesiastici e laicisti, chiamando questi ultimi «bigotti della miscredenza».
Il ’68 l’ha attraversato nella più lucida consapevolezza che i suoi primi mandanti e complici sono stati alcuni dei «baroni»: taluni, di second’ordine, se li è trovati in casa.
Ma le scaramucce prezzolate, da parte di ultrasinistrismi i più beceri e violenti, non hanno certo minimamente rallentato la sua vulcanica attività, feconda tra l’altro d’una sessantina di volumi, in buona parte tradotti nelle principali lingue; di conferenze e corsi in una ventina di paesi europei ed extraeuropei; di numerosissime iniziative internazionali. Anche a Genova ha portato tra le migliori teste pensanti.
A ridosso del ’68, il suo «anticonformismo costruttivo» - come l’ho chiamato in uno dei miei tre volumi di saggi sul suo pensiero - ha partorito alcune delle sue fondamentali opere. Nello stesso ’68, in Filosofia e antifilosofia, smaschera con lucidità spietata le radici e le innumerevoli forme dei «sofisti» d’oggi. Di bassissimo rango rispetto a quelli antichi: infinitamente più potenti, avendo dissolto l’essenziale sia delle filosofie sia delle scienze tutte, ridotte rispetto alla loro autentica pienezza dallo specchietto delle allodole dell’utilità più miope ed egoista. La cosiddetta «contestazione» è stata così la superdroga dei più viziosi consumismi. Sciacca scoperchia le forme più sottili e subdole dei suoi compromessi: al di là di loro captanti luccichii, dissolutori di ogni autentico progresso, quello di ogni singolo così come di ogni forma di società.
Nel ’69 rincara la diagnosi ne Gli arieti contro la verticale, dove la verticale è l’assumere come fine essenziale della persona il miglioramento di tutte le dimensioni che le sono costruttive: intelligenza e libertà, dunque spirito di cultura e cultura dello spirito, e perciò scienze progredienti e razionalità dispiegata, ma appunto sulla base del rispetto pieno della propria dignità inalienabile. Gli «arieti» sono coloro che «incornano» proprio la dignità della persona. La violano con sempre nuovi - e insieme vecchissimi - artifici: negando che sia costitutivo della dignità di ogni persona respirare nell’orizzonte dei fini più alti, barattandoli con quelli comodistici del «tutto subito senza fatiche». Così riducono l’uso dell’intelligenza, gli slanci verso progressi sempre più sostanziali e per il bene comune, le scienze stesse e le tecnologie, ogni «lavoro», all’«affare» redditizio, da nuovi schiavi del nuovo idolo del «mercato globale».
I più megafonati egualitarismi e pacifismi diventano furbeschi happenings da parte di chi in realtà s’interessa solo di spaparanzarsi nell’oro. Non è poi difficile, così, tirare i fili delle burattinate dei «gemelli» chiamati populismo e «condivisionismo». Purché non se ne sfiorino i nervi - noblesse oblige - con autoritarismi di «doveri» o di «proibizioni».
Di questo passo, le civiltà più «avanzate» in realtà corrono alla più hollywoodiana autodistruziione, farmacizzata dalle più sofisticate «droghe».
Nel ’70, nel capolavoro L’oscuramento dell’intelligenza, traccia diagnosi e terapie radicali riguardo all’Occidente decaduto in «occidentalismo», per «stupidità storicizzata»: per progressivo accecamento a tutto ciò che è essenziale alla persona nella sua interezza, annega nei «fuochi fatui» della tecnocrazia, trascinando con sé un Oriente in realtà «tramontato».
Necessarie conseguenze, l’imbarbarimento dell’opulenza assediata e saccheggiata da fami esplodenti in proporzioni mai nemmeno immaginate. Tutt’uno con l’immiseramento di cultura, natura, ordine di tutte le società, a cominciare da quella familiare e dalle società più «avanzate». Niente di più comodo e sbrigativo far piazza pulita delle figure dalla grandezza di Sciacca, silenziandole in quanto «pessimiste». Invece l’intera sua opera dimostra la radicale costruttività della sua concezione della storia e del progresso, entro cui ha condotto il suo cinquantennale impegno.
Per questa ragione un piccolo gruppo di suoi scolari - a cominciare da Maria Adelaide Raschini: ma dei suoi «Scritti» raccolti organicamente in ventidue volumi sembra «proibito» anche solo accennare -, dopo aver curato un’ottantina di volumi sul suo pensiero, una ventina di congressi in Italia e all’estero, un periodico internazionale.
«Studi sciacchiani», oggi alla 24ª annata, nel centenario della sua nascita fra l’altro ha dato vita, a Genova, alla «Fondazione Michele Federico Sciacca».