«A 70 anni lotto ancora per il referendum E mi chiamano Variotto...»

«La prego - dico a Mario Segni prima dell’intervista - non ne rilasci un’altra prima che esca questa». «Tranquillo - replica -, non è che me ne chiedano molte». È realista. Sa che, dopo avere introdotto il maggioritario in Italia con i referendum del 1991 e 1993, da 15 anni c’è poco interesse per lui e gli altri referendum che ha proposti.
Mariotto, il promettente figlio del terzo presidente della Repubblica, il giovane deputato dc ostile al compromesso storico, compirà 70 anni tra un mese. Non è cambiato. È sempre sardamente parco di gesti e parole. Il tempo lo ha però spruzzato di bianco. Dai capelli a spazzola, alla pelle assottigliata del viso e delle mani.
Siamo in un appartamento del centro di Roma che il Comitato per il referendum ha affittato fino a giugno. In precedenza, c’era un’azienda cinematografica. Sulle pareti ci sono ancora poster di vecchi film. Mariotto si ferma incantato davanti al cartellone di Vacanze Romane con Audrey Hepburn e Gregory Peck sulla Vespa. «Me lo porterei via», dice e negli occhi ha contemporaneamente il balenio del ladruncolo e il rimpianto per l’adolescente che era negli anni '50. Oggi, è plurinonno.
«Dalla sua uscita dal Parlamento nel '96, si è visto poco. Che ha fatto?», chiedo.
«A parte un’interessante esperienza all’europarlamento tra '99 e 2004, ho ripreso a insegnare Diritto Civile a Sassari come prima di diventare deputato nel '76».
«Nel '99 tentò di abolire la quota proporzionale. Ma il referendum non raggiunse il quorum».
«Se fosse passato avremmo un sistema elettorale Usa. Non l’asfissiante partitocrazia odierna. Lì cominciò il declino».
«Presto lascerà l’Università. Andrà a vela, la sua passione, o tornerà in politica?».
«Non penso di vivere 120 anni come Berlusconi. Giusto perciò che l’attività politica sia conclusa. Continuerò la battaglia istituzionale. Però, nessuno può escludere l’imprevedibile».
«Lei incarna i referendum...».
«Se la sentisse, Pannella resterebbe molto male», malizia pensando all’altro storico referendario.
«Ormai, lo ha scalzato. Il referendum di giugno ripristina le preferenze. Al Pdl dovrebbe piacere, ma nicchia».
«La lista bloccata è la cosa più leninista che ci sia. Un movimento liberale dovrebbe fare di tutto per spazzarla via. Quando raccoglievamo le firme, quelli di Fi erano i più numerosi».
«Il referendum dà al partito più forte la maggioranza in Parlamento. Il Cav dovrebbe tuffarcisi».
«Ma non vuole irritare la Lega. Berlusconi non ha una strategia che vada oltre a giugno».
«Fini però ha mosso le acque. An voterà il referendum».
«Con lui, c’è intesa da tempo. Si è sempre battuto per una riforma all’americana. Siamo entrambi presidenzialisti e queste riforme portano al presidenzialismo».
«Non vedo invece la sinistra votare un referendum che rafforza il Cav».
«Il panorama a sinistra è complesso. I prodiani sono per il sì. D’Alema mi ha detto personalmente che voterà. Contraria è la sinistra radicale. Ma non si può pretendere che i comunisti votino una riforma all’americana».
«Ai tempi del Quirinale, suo papà fu collegato al Piano Solo, il fantomatico tentativo di putsch. Ne soffre?».
«Un’enorme mistificazione politico-mediatica che ha fatto soffrire mio padre».
«Furono Eugenio Scalfari e Lino Iannuzzi ad accusare suo padre sull’Espresso. Porta rancore?».
«Oggi, lo stesso Iannuzzi ammette che si basò su documenti del Kgb e che fu pagato dai sovietici. Dice anche che Scalfari non sapeva».
«Assolve Scalfari?».
«Scalfari fu con Montanelli, tra i miei maggiori alleati nei referendum. Voglio sperare che il suo sia stato un errore. Non malafede».
«Dopo una vita nella Dc, la lasciò nel marzo '93, il giorno dopo l’incriminazione di Andreotti per mafia. Una presa di distanza?».
«La Dc era sommersa dalla corruzione. Non furono i giudici a uccidere la Dc, fu la Dc a uccidere se stessa».
«L’accusa di mafiosità lanciata dal procuratore Caselli ad Andreotti?».
«Tipico caso di manipolazione giudiziaria. Mentre il pool di Milano aveva condotto inchieste serissime, la Procura di Palermo si infilò in un processo politico. Con grave danno per la magistratura».
«Giudizio complessivo su Andreotti?».
«Uomo di grandi qualità. Ma la sua corrente ha dato un notevole contributo al declassamento della politica».
«Craxi, l’altro protagonista di quella stagione?».
«Sono stato per anni suo ammiratore. Fu il primo a porre il problema della riforma istituzionale».
«Col senno di poi?».
«Uomo di qualità straordinarie. Cercò di costruire una sinistra non comunista. E vinse. Oggi, l’ex Pci è costretto a negare la sua storia per sopravvivere».
«Però?».
«Ha la terribile responsabilità di avere precipitato l’Italia nel caos morale. Per negarlo, si è denigrata la magistratura che ebbe invece grandi meriti. Mani pulite aveva ragione. Craxi e la Prima Repubblica, torto». Mentre scambiamo queste battute, Segni fa lunghe pause in cerca di parole essenziali. Ha il profilo di tre quarti e la testa appoggiata sulle mani giunte per meglio concentrarsi.
Nel '93, stravinto il referendum sul maggioritario, lei era sulla cresta dell’onda e premier in pectore. Cosa successe invece?
«Entrò in scena Berlusconi».
Ma prima dell’ingresso, chiese a lei di guidare il centrodestra contro il Pds di Occhetto. Perché rifiutò?
«Ci fu anche allora una colazione da Letta. Berlusconi voleva entrare in prima persona, non solo darmi appoggio esterno. Posi invece la condizione che lui non entrasse».
Perché?
«Per il conflitto d’interessi. Gli feci l’esempio di Gianni Agnelli. Chi meglio di lui ministro dell’Industria? Ma sarebbe rimasto il dubbio: farà gli interessi dell’Italia o di Fiat? Berlusconi non mi ascoltò. Io rifiutai».
Anche a causa del neofascista Fini?
«Su questo do ragione alla preveggenza di Berlusconi. Io non credevo che Fini potesse svincolarsi dalla sua storia. Invece, ha effettivamente fatto un partito di destra europea».
Dopo il rifiuto, cominciò il suo declino. Vagò da un partito all’altro. Da Mariotto divenne Variotto.
«Ebbi contro destra e sinistra. L’epiteto rientrava nella guerra».
È di centrodestra o centrosinistra?
«Sono un liberal democratico. In un sistema bipolare sono nel centro destra. Ma non accetto la destra di Berlusconi».
Cos’è il berlusconismo per lei?
«Il conflitto di interessi e un partito senza democrazia: né primarie, né dibattiti, né congressi. Nulla».
Ha sempre preferito Fini al Cav.
«Con Fini ho cercato - con l’Elefantino nel '99 - di fare una destra liberale. Volevo una destra col senso dello Stato. Fini ce l’ha. Berlusconi ne ha invece un’idea aziendalista. È un capo senza regole».
Così, si è defilato.
«Chiunque abbia provato a condizionare Berlusconi, se n’è dovuto andare. Come Casini o Fini che fa una battaglia bella ma solitaria».
Davvero crede che il Cav vinca per le tv?
«Sono state essenziali, però ha anche saputo interpretare l’umore degli italiani. Ma non sposta il problema del pluralismo informativo. Un tempo mi battevo contro il monopolio Rai appoggiando Fininvest perché lo rompeva. Oggi, sono costretto a tifare per un monopolista come Murdoch perché ci dà pluralismo».
Il Cav come premier?
«Il governo ha dei meriti e bisogna augurarsi che riesca. Ha il migliore ministro dell’Economia. Ha realizzato cose come i rifiuti di Napoli e il termovalorizzatore».
Giudizio d’insieme sul Cav.
«Complesso, come sempre per chi ha inciso nella storia. Ha contribuito a salvare il bipolarismo. Ma paghiamo un terribile tributo ai principi. È diffusa l’indifferenza per le regole. Ci vorranno anni per recuperare».
Non si impanca troppo?
«La lotta ai giudici ha spinto gli italiani al disprezzo per la legge. Ciascuno si fa i fatti suoi».
Un corruttore?
«Sul conflitto di interessi ha vinto culturalmente: per la gente, non c’è. Talmente ha vinto che ha contagiato la sinistra: Soru ha guidato la Sardegna in pieno conflitto di interessi».
Quanto deve del suo astio per il Cav a Montanelli?
«Mi ha lasciato una forte impronta. Anche in questo».
Di Pietro: stile e pensiero?
«Sempre pensato che doveva continuare a fare il magistrato. Lì ha fatto bene. In politica, ha uno stile opposto al mio. Ma riconosco che fa battaglie importanti».
Franceschini?
«Veltroni aveva dimenticato che l’opposizione fa l’opposizione. Lui se n’è ricordato».
Manca però di contenuti.
«Effettivamente...».
Il migliore politico?
«Arturo Parisi: dice ciò che pensa e fa solo quel che crede giusto».
Mai una proposta, però.
«Ha ideato l’Ulivo: un partito che rompe con i post Pci e il post Dc. Se le par poco».
L’essenziale per il futuro?
«Mantenere bipolarismo e alternanza. Così, si sanano i mali peggiori. Se no, ci impantaniamo per altri cinquant’anni.
Lei è pio: testamento biologico o no?
«Sono in disaccordo con la Cei e per il testamento. Lo dico da cattolico convinto. Sto con i vescovi tedeschi e spagnoli che sono a favore».
Che farà a Pasqua?
«Aspetterò che passi, per ricominciare la battaglia del referendum».