700mila polacchi devono confessare se aiutarono il regime comunista

da Varsavia

È entrato in vigore ieri in Polonia, 17 anni dopo la fine del regime comunista e la svolta democratica, una nuova legge voluta dai gemelli Kaczynski, il presidente Lech e il premier Jaroslav, al fine di fare i conti con il passato comunista: circa 700 mila polacchi di tutte le categorie professionali dovranno di conseguenza dichiarare se sono stati in passato collaboratori della Sb, gli ex servizi segreti del regime.
La legge riguarda adesso anche giornalisti, professori universitari, avvocati, personale scolastico e altre categorie e ha suscitato proteste. In particolare i giornalisti del quotidiano Gazeta Wyborcza, fondato dagli ex dissidenti anticomunisti, hanno minacciato di boicottare la legge giudicando l'obbligo di dichiarazione sul proprio passato in contrasto con la libertà di coscienza. Finora un'altra legge era in vigore: ma riguardava solo pubblici funzionari, ministri e parlamentari, circa 30.000 persone.
I 700mila polacchi interessati dalla nuova legge - tutte persone nate dopo il 1° agosto 1972 e che erano maggiorenni quando il regime cadde - dovranno stilare una dichiarazione e presentarla all'Istituto della memoria nazionale (Ipn), una sorta di archivio del passato nazionale incaricato di schedare fatti e misfatti durante la dittatura, il quale dovrà controllare la veridicità delle dichiarazioni confrontandole con i dossier dell'Sb. Le dichiarazioni dovrebbero essere pubblicate sul sito dell'Ipn in giugno. Coloro che confesseranno di aver collaborato non rischiano conseguenze penali.
La Chiesa polacca è esclusa dalla legge in quanto ha deciso di avviare da sola un'indagine per accertare i trascorsi di collaboratori del regime fra le sue file.