Il 79% degli iracheni dice sì alla nuova Costituzione

Berlusconi soddisfatto: un’altra tappa storica e la dimostrazione che la violenza non prevale

Roberto Fabbri

Alla fine la Costituzione dell’Irak democratico è stata approvata. Dopo giorni di contestazioni, rinvii e nuovi conteggi la Commissione elettorale ha reso pubblici i dati ufficiali del referendum che si è tenuto lo scorso 15 ottobre. Su base nazionale, i voti favorevoli alla ratifica sono stati il 79 per cento, pari a circa otto dei dieci milioni di voti espressi, ma nonostante questo dato si è ugualmente andati vicino alla bocciatura. La legge irachena prevedeva infatti che se almeno tre delle diciotto province avessero detto «no» con almeno i due terzi dei voti la Costituzione avrebbe ricevuto il veto. E in effetti tre province (Al Anbar, Salahuddin e Ninive) hanno espresso una maggioranza contraria, larghissima le prime due, mentre solo del 55 per cento la terza: insufficiente, dunque, ad affondare la nuova legge fondamentale dello Stato.
I risultati finali fotografano la netta divisione tra sciiti e curdi da una parte (favorevoli) e sunniti dall’altra. Ma gli Stati Uniti, e tutti coloro che si impegnano nella storica scommessa di un Irak democratico apripista di un nuovo Medio Oriente, possono certamente registrare come un fattore positivo e incoraggiante la decisione dei capi della comunità sunnita di far esprimere attraverso un democratico voto contrario la propria opposizione, dal momento che alle elezioni politiche dello scorso gennaio l’indicazione era invece stata quella del boicottaggio delle urne. Soddisfazione è stata infatti espressa dal presidente americano George W. Bush e dal Segretario di Stato Condoleezza Rice, mentre il premier italiano Silvio Berlusconi ha parlato di «ulteriore tappa storica per il popolo iracheno» e di «dimostrazione che il processo politico prosegue con successo nonostante le violenze».
Ciò non significa che i sunniti abbiano accettato la sconfitta senza discussioni: al contrario. Salih Mutlaq, uno dei loro principali leader che si sono battuti per la bocciatura della Costituzione, ha sostenuto che le norme elettorali non specificavano che i due terzi di «no» dovessero essere raggiunti in ciascuna delle tre province. Facendo una media tra il 97 per cento di «no» espressi ad Al Anbar, l’82 per cento scarso a Salahuddin e il 55 per cento a Ninive, Mutlaq afferma che «nell’insieme» la soglia richiesta dalla legge è stata «largamente superata». L’esponente sunnita non si è limitato a questo arzigogolo aritmetico, ma si è lasciato andare anche a malcelate minacce in vista delle prossime elezioni legislative fissate per dicembre. «La violenza - ha detto Mutlaq - non è la sola soluzione, se la politica offre altre soluzioni. Ma ci sono pochissime speranze che noi possiamo ottenere qualcosa in queste elezioni».
Violenza che, peraltro, continua a insanguinare l’Irak ogni giorno ad opera di coloro - nostalgici del deposto regime di Saddam o militanti integralisti islamici che siano - che non hanno nemmeno mai finto di accettare la svolta democratica portata nel Paese dalle armi della coalizione a guida americana. A Suleimaniya, città curda nel nord del Paese, due autobomba sono esplose uccidendo, oltre ai terroristi suicidi, tredici persone: ma il principale obiettivo dell’azione, il politico curdo Mullah Baktiar, è scampato alla morte.
Anche Al Qaida si è fatta viva, rivendicando il sanguinoso attentato del giorno prima all’hotel Palestine, costato la vita secondo l’ultimo bilancio a 17 persone. E il terrorista giordano Abu Musab Al Zarqawi, al quale fa capo l’organizzazione di Al Qaida in Irak, ha fatto per il tramite del suo portavoce un insolito annuncio via internet di un imminente nuovo discorso «del caro sceicco combattente Aymen Al Zawahiri a tutti i musulmani, a tutti gli eredi della spada ed ai Mujahiddin in generale»: a Osama bin Laden, dato per morto da alcuni nel catastrofico terremoto in Pakistan di due settimane fa, nessun riferimento.