Ma al 91° riuscirà a vincere

Tony Damascelli

La prima volta non si scorda mai. Di solito non se ne parla nemmeno. Ma con Bonolis Paolo è impossibile anche con l’ultima, figuratevi con la prima, eppoi di football. Dunque il plotone di esecuzione ha fatto il lavoro che doveva ma chi aveva le spalle al muro non era bendato, dunque ha visto tutto. E molto ha capito. Bignami delle critiche: trasmissione lenta, slacciata, prolissa, noiosa, una frittura mista e mesta, la bonolizzazione del calcio, immagine davvero geniale e inedita come l’aggettivo epocale usato per qualsiasi svolta (anche un’inversione a u), dunque serie A il grande calcio si è rivelato una ciofeca.
Da dentro non è stato un espresso fumante e gustoso. I dati di ascolto non premiano, come si usa dire e scrivere, trascurando il fatto che l’ultima domenica di agosto ha visto autostrade intasate fino a tarda ora, qualche resistente in spiaggia, rientri faticosi e un calendario moscio di partite. Dettagli? Vedremo a spalti gremiti. E Bonolis Paolo, e non soltanto lui, ha dovuto fare i conti con alcuni fattori particolari: il mondo del calcio vive in una chiesa che è tutta sua, ha le sue funzioni, le celebra con un linguaggio a volte ridicolo, è ingessato nella cronaca, datato nel taglio, abituato a personaggi e interpreti, situazioni e casi che hanno fatto il loro tempo ma che resistono come il soldato giapponese in trincea a guerra finita da quarant’anni. Oggi il tifoso-utente-cliente può usufruire di cinque «piattaforme» televisive, da Sky a Mediaset, da Sport Italia a La 7 a Rai. Ciò nonostante qualcuno pensa ancora di raccontare (in televisione, e sui quotidiani il giorno dopo!) la partita come se nessuno l’avesse ancora vista. Così accadeva ai tempi di Paolo Valenti, quando la piattaforma era al massimo sindacale e poteva anche riguardare il tram o il filobus. Bonolis Paolo ha debuttato da osservatore dell’Onu, teso il giusto, abituato a tempi e scalette da varietà che non si conciliano con la domenica pallonara tutta polpa e ciccia. E’ abituato anche ai concorrenti dei quiz, un popolo che accetta la gag a differenza di noi giornalisti permalosi e dunque poco reattivi. Così è accaduto domenica pomeriggio, quando tutti si aspettavano una edizione, riveduta e corretta, di Tosatti e Galeazzi, Maffei o Carino ma ha visto altro, soprattutto ha dovuto tollerare i blocchi di pubblicità che così si chiamano perchè bloccano qualunque discorso, pensiero, dibattito. Studio in fibrillazione, come dovunque e comunque, abitudini da vecchio regime, la linea al Tiggì che ha i suoi tempi rigidi e rigorosi, per fortuna la Gialappa’s, in onore alla ragione sociale, sa purgare chiunque, anche i creativi delle scalette. Sbagliato il taglio, sempre in genuflessione agli spot di cui sopra, dei due servizi «contro» Masini-Vergassola, da calibrare gli interventi di ospiti e protagonisti ma tutto ciò fa parte del gioco, di un prodotto che si presenta tra attese eccessive ed eccessivi pregiudizi di chi pensa e scrive prescindendo dal contenuto ma badando al contenitore, come accade in certi commenti di politica. Bonolis Paolo ha diviso l’Italia che nel calcio è già divisa da sempre in mille campanili. Se avrà voglia di restare un uomo solo al comando, vincerà al novantunesimo, come gli è successo in altre corse, il festival per dire, dove veniva dopo altri mille consacrati, discussi, dimenticati ma rispolverati al momento opportuno. Se dovrà accettare le liturgie del calcio, quello televisivo e comunque giornalistico, nel comportamento e nel linguaggio, la messa cantata del quattrotretre, non sarà più Bonolis Paolo ma un presentatore e lascerà il campo. L’ipotesi, conoscendo la sua pelle e quella di chi lavora con lui, è di difficile realizzazione. Sarà più facile che Mancini non vinca lo scudetto.
Post scriptum: dati di ascolto, Novantesimo minuto, prima puntata, 1 settembre 2004: share 29,11 per cento per 3 milioni e mezzo di telespettatori. Serie A il grande calcio, 28 agosto 2005: 27, 2 per cento 3 milioni 218mila telespettatori.