A1, finto kamikaze «disinnescato» da finto reporter

Nino Materi

Un finto kamikaze dinanzi a un finto giornalista. Di vero - tra i due - c’è solo la paura. La paura del finto kamikaze (in realtà un camionista con problemi depressivi) e la paura del finto giornalista (in realtà un poliziotto).
Il camionista Antonio L., 42 anni, lucano di origine e residente nel Biellese, ieri alle 6.45 è entrato nell’autogrill Cantagallo su tratto della A1 tra Casalecchio e Sasso Marconi, minacciando di farsi esplodere; nascosto sotto il giaccone ha semplicemente un cuscino, ma l’uomo urla: «Ho una cintura piena di tritolo, faccio esplodere tutto. Voglio parlare con un giornalista». Nell’area di servizio è il panico, la gente fugge terrorizzata perché non può sapere che quello strano rigonfiamento all’altezza dello stomaco non cela nessuna bomba. Scatta l’allarme, in pochi minuti la zona è circondata dalle volanti, l’autostrada viene chiusa (lo rimarrà per oltre un’ora). Comincia la trattativa.
Il primo poliziotto che arriva all’autogrill è un agente della Stradale. Tenta di rassicurare il «kamikaze»: «Stai tranquillo, nessuno vuol farti del male, adesso arriverà il giornalista che hai chiesto». Una manciata di secondi e il «giornalista» arriva. Si tratta però del capo della Squadra Mobile di Bologna, Armando Nanei che, al Giornale, spiega le fasi concitate dell’«intervista» che ha portato, nel giro di mezz’ora, il camionista a consegnarsi nelle mani dei poliziotti.
Ma è vero che lei si presentato al finto kamikaze «armato» solo di penna e bloc notes, proprio come se si trattasse di un vero giornalista?
«Lui aveva chiesto di parlare con un cronista e noi l’abbiamo assecondato».
Ma allora perché non gli avete mandato un giornalista vero?
«Non sapevamo se la minaccia di farsi esplodere era un bluff o no. In quella situazione potevamo solo fingere di accontentarlo».
Cosa vi siete detti?
«Il livello di allerta è sempre rimasto alto, ma ci siamo subito resi conto di trovarci dinanzi a una persona fortemente alterata sotto il profilo emotivo».
Un soggetto anche pericoloso?
«Per alcuni versi sì, a più riprese ha implorato di essere ucciso ma poi si è gradualmente calmato».
Tutto merito suo?
«Nell’opera di convincimento è stato fondamentale anche il ruolo del capo della Digos, Vincenzo Ciarambino. Entrambi abbiamo messo in atto gli insegnamenti appresi durante un corso di “negoziazione” centrato sulla tecnica del suicide by cop (suicidio per mezzo dei poliziotti), un fenomeno abbastanza diffuso negli Stati Uniti e che si verifica spesso nelle mediazioni quando una persona in forte stato di alterazione psichica provoca gli agenti fino a farsi sparare, non avendo il coraggio di uccidersi da solo».
Ma avete capito la ragione che ha spinto il camionista a comportarsi in quella maniera?
«Lui ci ha parlato di stress da lavoro, di viaggi alla guida del suo Tir che durano intere giornate, di uno stipendio insufficiente. Se a questo aggiungiamo che si è separato da poco dalla moglie e che ha due figli piccoli, ecco che il disagio lavorativo-familiare può diventare una possibile spiegazione del gesto».
Insomma, Antonio L. non è certo un delinquente.
«Assolutamente no. È incensurato. Nessun arresto, piuttosto la denuncia per interruzione di pubblico servizio, procurato allarme e minacce».
Quando avete capito che la situazione si sarebbe risolta nel migliore dei modi?
«Nel momento in cui è scoppiato a piangere e ci ha chiesto di comprargli un pacchetto di sigarette».