AAA, Italia cercasi ancora con affanno

Franco Ordine

nostro inviato a Losanna

Secondo pareggio consecutivo. Questa volta inchiodato da uno zero nella condotta dell’attacco che può sollevare qualche timore. Non è granché, bisogna scriverlo e rammentarlo in modo netto, deciso. Forse la spiegazione sta nel fatto, che a parte lo stato di forma di taluni, Toni per esempio, mancano le veroniche dei due che possono procurare il salto di qualità al club Italia. Se Del Piero per un’ora e Totti nell’ultima mezz’ora combinano poco di buono, nessuno provi meraviglia per lo 0 a 0. Se risulta più dignitosa l’Italia del primo tempo, è merito della qualità del centrocampo e forse anche di Pirlo e della sua regia, tornata a livelli accettabili. La seconda Italia scende di cifra tecnica e anche di prestazione collettiva dinanzi all’Ucraina che, invece, compie il percorso inverso. Per mettere al muro il Ghana, tra dieci giorni, ci vuole qualcosa di più. Molto di più, per dirla in modo franco.
L’affetto dei paisà non manca, manca Shevchenko a rendere più suggestivo l’appuntamento. Di giallo vestito, l’uomo venuto da Londra carico dei milioni di Abramovich (ma non bisogna dirlo altrimenti se la prende), si intrattiene a lungo con Lippi e con i suoi sodali, Pirlo e Nesta, Inzaghi e Gattuso, prima di sedersi in panchina al fianco del suo Ct. L’altra Italia di Lippi, disegnata per indovinare il possibile debutto mondiale di Hannover (12 giugno l’appuntamento), riparte da Del Piero terzo di sinistra nell’attacco e dal perno di Pirlo, trovato subito in evidente progresso. Con l’Ucraina sistemata tutta nella propria metà campo a rincorrere una identità che sfugge al momento, tocca alla Nazionale scaldare il cuore dei diecimila arrivati a Losanna col tricolore sotto il braccio. Fino a quando Grosso a sinistra (magnifico un lancio di Pirlo di 35-40 metri) e Oddo a destra trovano sbocco sui binari, si vedono le cose migliori in campo azzurro. Che si possono sintetizzare poi in un tiro cross dello stesso Grosso e in un paio di colpi di testa (Toni e De Rossi gli autori) che procurano sufficiente lavoro a Shovkoskyi, il portiere ucraino, sveglio e reattivo come si conviene a uno che deve giocare il primo mondiale della storia del proprio paese.
Se convincono le percussioni laterali, meno incisive risultano invece le giocate del trio d’attacco, chiamato a procurarsi spazio al tiro con una serie di passaggi, palla a terra. Gilardino è più vivo e vitale dello stesso Toni che sbaglia qualche appoggio e nel partire da lontano tradisce la sua discutibile vocazione, meglio se piantona l’area di rigore. Del Piero è l’altro azzurro atteso alla prova del nove: nella stessa posizione giocò e fece bene, a Firenze, contro la Germania. Dunque non è una questione di ruolo e neanche forse di intesa con i suoi colleghi. Deve migliorare lo spunto e la brillantezza delle sue giocate se non vuole riscaldare il posto a Francesco Totti e poi farsi da parte. L’Ucraina, nella prima frazione, conclude un paio di volte dalla distanza, segno che il suo disegno tattico (4-2-3-1) prende spessore con Shevchenko in campo. Vorovin ne è una pallida controfigura.
Il test dura all’incirca un’ora. Se l’Italia del primo tempo non trova il gol ma qualcosa di buono e di utile riesce a seminare, nella seconda frazione il deficit è ancora più vistoso. E non solo perché un centrocampo di muscolari (Barone, De Rossi, Perrotta) procura poche giocate degne di lode e di nota. Nel frattempo Totti, subentrato a Del Piero nell’ultimo tratto di strada dell’amichevole, offre ai suoi solo l’esibizione della sua potenza balistica su una punizione da distanza siderale che il portiere ucraino non riesce a trattenere. Le energie ci sono, bisogna sprigionarle al momento giusto. Altra motivazione: quando tocca a Inzaghi, Gilardino risulta particolarmente affaticato e dal centrocampo così mal messo in fatto di fantasia e di geometrie, non arrivano suggerimenti in grado di essere trasformati in pericoli. Unica consolazione, il finale degli azzurri: grazie agli innesti, alla fine se ne contano sei, la freschezza consente di mascherare le difficoltà emerse all’inizio della frazione e di chiudere in bellezza con una serie di tiri dalla media distanza. In area non si arriva quasi mai con l’uno-due, e i lanci dai lati perdono in efficacia e precisione.