Abatantuono: "Chiambretti più bravo di me"

L’attore imperversa in tv: "Con Piero siamo in sintonia". "Nella vita è più facile stare senza donne che senza amici"

Al cinema con due film, nel cast fisso di Chiambretti Night, ospite di Controcampo, guest star e animatore di Colorado: Diego Abatantuono è dovunque. Lo abbiamo intervistato, cominciando dalla televisione.

DIEGO E LA TV
Mai pensato di condurre un programma sportivo?
«Un bravo attore non fa quello che non sa fare. Non è il mio mestiere, non ne sarei capace. Mi viene in mente Ballando con le stelle, dove vedo gente che non riesce a fare due passi, eppure si butta. Io non ci riuscirei».

Però «Scherzi a parte» lo ha condotto lei, sia pure in società...
«Sì, con la Marcuzzi e Boldi, ma è una conduzione per modo di dire. Lo spazio che conta è quello degli scherzi».

Per fortuna è arrivato Chiambretti, che ha recuperato l’Abatantuono televisivo...
«Devo dire che Piero e io siamo molto in sintonia: l’umorismo, il gusto della battuta, il non prendersi troppo sul serio. Raramente ho visto uno show così ben fatto, con lo stile del cinema, elegante ma anche molto professionale, dalla fotografia alla scenografia, alla regia».

Quanti complimenti, valgono anche per Chiambretti?
«Imbattibile nei dialoghi, intelligente, preparato, con una cultura variegata, brillante e lavoratore instancabile. Lo confesso: io nel cinema non sono bravo quanto lo è lui in tv».

Differenze tra voi due?
«Lui ci mette l’anima, io sono più soft. Io lavoro per vivere, non vivo per lavorare. Invece il lavoro per Piero è la vita».

Un certo successo ha avuto il suo «Giudice Mastrangelo»...
«Era molto bello. Tanto è vero che non si farà più. O almeno nessuno mi ha spiegato i motivi dello stop. Abbiamo fatto due serie e eravamo in attesa della terza. Invece tuto tace. Certe cose proprio non le capisco».

Lei la guarda la tv?
«Solo la seconda e la terza serata, quando gli altri dormono».

DIEGO E GLI SPOT
Ormai va avanti da anni il tormentone di Alice...
«Prima avevo fatto per dieci anni la pubblicità per la Buitoni».

A prima vista lei non sembra un mago della tecnologia...
«Diciamo che non sono tra i più forti con i computer».

Quanta farina c’è del suo sacco nei dialoghi? Il bioparco non di sicuro...
«Infatti non è roba mia, io l’ho sempre chiamato zoo. Comunque ci metto molte battute, le altre le concordiamo».

Bella famiglia, grazie anche a Elena Sofia Ricci...
«Sì, bravissima attrice e bellissima donna. Mi scoccia dividerla con Claudio Amendola, suo marito nei Cesaroni, e con quello vero nella realtà».

E la sua di moglie non è gelosa?
«Neanche per idea. Starei fresco con tutte le mogli che ho avuto al cinema».

DIEGO E LE DONNE
Senta Abatantuono, lei nel cinema ha avuto compagne bellissime, spesso lasciate in retrovia per dare la precedenza agli amici o alle carte...
«Alle carte solo nei due film di Avati sul poker. L’amicizia è un po’ il nostro tema fisso, ma molte commedie, che so, Marrakech Express, Turné, Puerto Escondido, sono anche molto romantiche, e l’amicizia e l’amore s’incrociano di continuo».

Lei piace molto alle donne, ne ha avute più o meno delle settecento di Cassano?
«Di sicuro molte meno, comunque, anche se fossero di più, non lo direi mai».

Sul set, si è mai innamorato?
«Di un’attrice no, di una scenografa sì, che infatti è diventata mia moglie. Superando benissimo la prova decisiva: la cena collettiva con gli amici. Chi è contraria è bocciata in partenza».

DIEGO E GLI AMICI
Lei ha un’infinità di amici. Qualche nome, senza fare l’elenco del telefono...
«Ugo Conti, Maurizio Totti, Gabriele Salvatores, Umberto Smaila, Nini Salerno, Maurino Di Francesco, Armando Celso, Mario Arlati, il Biofa, Antonio Catania, Dino Abbrescia, i Turbolenti...».

Basta, basta. Manca Teo Teocoli...
«Ma Teo non è amico di nessuno, lui sta per i fatti suoi. Saranno venticinque anni che non lo vedo».

Non sono tutti milanisti come lei...
«Ah no, il tifo non c’entra niente con l’amicizia. Anzi, quasi tutti i miei amici sono tifosi di altre squadre».

Un voto all’amore e uno all’amicizia...
«Cento a tutti e due. Ma l’amore per la madre dei tuoi figli supera il cento e quello per i figli arriva a mille».

Più facile stare senza amici o senza donne?
«Senza donne».

Peggio quindi tradire un amico che una donna?
«Il tradimento morale è imperdonabile, la scappatella conta poco, certo molto, molto meno».

DIEGO E GLI ITALIANI
Lei è nato a Milano da padre pugliese, ha vissuto molto a Roma e ha qualche casa sparsa qua e là. Che idea si è fatto degli italiani?
«A Milano ho la mia base e la vita familiare, a Roma vado spessissimo per lavoro, ho una casa di campagna a Lucca e un’altra sopra Riccione. Sto da dio in Puglia, a Vieste, dove è nato mio padre, come nel Salento; sto benissimo a Roma e sto benissimo a Milano. Non ho mai trovato che i diversi posti influiscano sul carattere delle persone, forse perché cerco d’andare d’accordo con tutti».

I difetti che più la infastidiscono?
«L’intolleranza, l’ottusità, l’ostinazione di chi non cambia idea. Soprattutto se accade in famiglia».

DIEGO E IL CALCIO
Premesso che è il colmo che sia stato un Diego a buttare fuori il Milan dalla Uefa, soffre molto per quest’annata storta?
«Ma no. Guai a prendersela per un anno che non si vince, dopo aver vinto tutto. E allora i tifosi delle altre squadre? Dovrebbero suicidarsi in massa».

Suggerimenti per risalire?
«Investimenti, se è possibile, poi osservatori all’estero e cura del vivaio».

Tifoso da stadio o da poltrona?
«Da poltrona. Lo stadio è diventato pericoloso. Però ogni tanto, trascinato dai miei figli, ci vado ancora, ma bisogna essere esperti nelle strategie per non correre rischi. Che sarebbero subito azzerati vietando le trasferte: gli ultrà sono il volano della violenza. Io in tutta la mia vita da tifoso non ho mai lanciato neanche un cuscinetto».

Allora che fare?
«Perché il calcio inglese è guarito? Copiamo quello che hanno fatto loro. Ci sono paesi dove non si drogano o dove hanno risolto la prostituzione? Andiamo lì, guardiamo e importiamo la ricetta. Come si è fatto con la penicillina quando si vendeva solo in Svizzera. E poi basta con l’impunità del calcio violento. Lo stadio non deve più essere una zona franca. Se voglio far fuori mia suocera, commettendo il delitto perfetto, la porto allo stadio con la sciarpa della squadra avversaria».

Lei è un accanito fautore della tecnologia, moviola in testa...
«Mi sembra comico che tutto il mondo guardando la tv si renda subito conto se la palla è entrata o se un fallo è da rigore, mentre io che sto seduto in tribuna e l’arbitro siamo gli unici a non sapere cosa è successo. Tutti gli sport del mondo evoluti, solo il calcio è rimasto indietro di cent’anni».

DIEGO E MUGHINI
I vostri battibecchi a «Controcampo» sono diventati leggendari. Ma lei con una battuta stronca tutti i voli pindarici di Mughini...
«Be’, è il mio lavoro. Se scriviamo tutti e due un libro, è più probabile che lo faccia meglio lui, con le battute è più facile che vinca io. Il suo è un atteggiamento, non vera sostanza».

Ma siete nemici solo per finta...
«Certo. Anche se siamo molto diversi, oltre che avversari calcistici».

DIEGO E IL CABARET
La fanno ridere i nuovi comici?
«Molti sì, non tutti. Come nel cinema c’è stata la generazione dei Sordi, Tognazzi, Gassman, Mastroianni, nel cabaret sono usciti insieme Cochi e Renato, Villaggio e Andreasi. Oggi ce ne sono meno».

Come mai?
«Un tempo si faceva molta gavetta, ora si consuma tutto rapidamente e la qualità cala. Dall’avanspettacolo, che ha lanciato gente come Totò e Sordi, sono cambiati tempi e meccanismi. La vera fucina del cabaret resta il villaggio vacanze».

C’è qualcuno che sta emergendo dal suo «Colorado»?
«Nomi non ne posso fare. Per i miei ragazzi sono come un padre, quindi non mi sento di promuovere e bocciare».

DIEGO E IL CINEMA
Lei ha è passato dal terrunciello all’Oscar, da Avati a Salvatores, perché non hai mai fatto il regista?
«Sono tropo pigro. Al centro della mia vita ci sono sempre stati i figli, il divertimento, la voglia di non far niente. Però adesso che diminuiscono i ruoli, potrei pensarci, ce l’ho la tentazione».

Ha anche qualche idea?
«Mezza idea, che ho buttato giù io. Ma potrei anche cambiarla in un minuto e mezzo, mica ho il fuoco sacro. Basta che si faccia avanti un regista bravo: non ci metto niente a tirarmi indietro».

Più ricordi o più rimpianti?
«Ho fatto settanta-ottanta film in poco più di trent’anni, soprattutto divertendomi. Però calcolando che per ogni film si sta sul set due-tre mesi, sono stato lontano dalla famiglia per anni».

Il film più amato?
«Con Pupi Avati ho passato un pezzo di vita, ma forse sceglierei Mediterraneo di Salvatores, che ha avuto la fortuna di ottenere un grande successo internazionale. Ma non dimentico Per amore, solo per amore, che di successo ne ha avuto poco».

Un film che non rifarebbe?
«2061, un anno eccezionale. Non per il flop, secondo me immeritato, ma perché per girare con i Vanzina ho dovuto dire di no ad Avati, che aveva proposto per primo proprio a me il ruolo di protagonista per il suo Papà di Giovanni. Ma nella vita non si può sempre azzeccare tutto. O no?».