Abatantuono: "I miei film andati male? M’hanno lasciato solo"

Parla l’attore di "2061 - Un anno eccezionale" e "L’abbuffata" che ha deciso di tornare a vivere a Milano e, nel 2008, in tv con "Colorado Café"

Roma - Diego Abatantuono è deluso, anche un po' arrabbiato. 2061. Un anno eccezionale e L'abbuffata sono andati male al botteghino. L'uno, uscito in 380 copie, s'è fermato a 1 milione e 800mila euro; il secondo nel primo week-end non ha superato gli 80mila. Lui, però, assicura di non farne un dramma. Ha deciso di tornare a vivere a Milano, ha appena perso cinque chili in una settimana, chiudendosi in uno di quei centri che ti rimettono a nuovo. «Devo dimagrire sempre. Vado lì, mi faccio le analisi, mangio sano, dormo tanto, leggo due copioni. Mi viene l'entusiasmo del sacrificio. Poi esco e riprendo quei chili in due giorni. La chiave di tutto sta nel sapersi accettare».

Saggio approdo. Ma allora perché, anche venerdì scorso a Le invasioni barbariche, polemizza, ribatte, si infervora?
«Perché un film può perdere a prescindere. Toppi il titolo, il manifesto è brutto, l'idea può rivelarsi sbagliata. Ma se investi quasi 6 milioni su 2061, allora devi lanciarlo bene. Invece, non ho potuto proprio gareggiare. Pensare che avevo ricevuto segnali positivi dagli esercenti. Pochi spot, pochi manifesti, Boldi era dappertutto dieci giorni prima. Secondo errore: uscire nei giorni della Festa di Roma, non si parlava d'altro. Ho girato l'Italia in lungo e in largo, rilasciato decine di interviste radiofoniche, ma il pubblico non sapeva».

A Raicinema dicono che avete deciso tutto voi, lei e i Vanzina: manifesto, l'uscita del 26 ottobre... La volevano a Porta a porta e Domenica in: s'è negato per via dell'esclusiva con Mediaset?
«Ma no. Quando esce un film vado dappertutto. Ho fatto Striscia, Controcampo. Mi sarebbe piaciuto andare da Fazio, non è stato possibile. A Domenica in ci offrivano le tre del pomeriggio, l'ora delle partite, proprio il pubblico nostro. Mai deciso un manifesto in vita mia, tanto meno l'uscita. Poi, ripeto, se il mio cavallo arriva ultimo perché è un brocco, amen. Ma che lo si faccia correre alla pari».

Certo, la faccenda di Quattrocchi non ha giovato. Quella frase: «Facciamo vedere come muore un patriota»...
«Già, la ciliegina sulla torta. Le assicuro che a nessuno di noi è passato per l'anticamera del cervello di scherzare sulla morte del povero Quattrocchi. Il tono della scena è comico, citiamo La Tosca, la fucilazione è per finta. Tutto mi poteva venire in mente meno che quella cosa lì. Però, le pare giusto finire in prima pagina per una roba così?».

Anche L'abbuffata non le sta dando soddisfazioni.
«Ho fatto solo otto pose, ma mi aspettavo molto. È un film anomalo, mi stimolava l'idea di fare un regista del nord che si rintana in Calabria. Neri è un uomo introverso, che non porta a termine niente: che sia un film o un amore. Ne conosco tanti di registi così. Nel leggerlo assomigliava a Calopresti, nel farlo più a me».

Più facile la commedia o il film d'autore?
«Far ridere è un gran fatica. Non puoi sbagliare. Il falso professore di 2061 è un riassunto dei miei personaggi: c'è Attila, il terrunciello, il ras del quartiere, mischiati a Che Guevara e Gengis Khan. Mi sembrava una trovata questo viaggio di cialtroni in un'Italia prossimo ventura retrocessa a prima dell'unità. Purtroppo non ha funzionato».

La vedremo in Come Dio comanda di Salvatores dal romanzo di Ammaniti?
«Per ora non vedo un personaggio adatto a me. Se Gabriele non chiama, gli resto affezionato lo stesso. Per fortuna il lavoro c'è, non mi agito».

La serie di spot per Alice è un successo.
«Mi sono divertito a farla. A parte il cane, uno stress lavorare con gli animali».

Il famoso «clan Abatantuono» esiste?
«A cicli di film corrispondono cicli di amici. Ma quelli bravi restano. Catania, Abbrescia, Conti, Bisio, Cederna, Alberti, la Marcuzzi. A Colorado Café mi sento a casa, torniamo a gennaio».

Cinquantadue anni, tre figli: come si sente?
«Bene. I figli danno qualche preoccupazione, ma è normale. Per ora non sento limitazioni dal punto di vista agonistico, è la prospettiva che non mi piace. Con l'età impari a metterti in gioco, come ho fatto in La cena per farli conoscere Giro con l’occhio mesto, rovinato dal chirurgo».

Il giudice Mastrangelo dov'è finito?
«Non lo so. La prima serie andò in onda in inverno, la seconda a maggio. Mi pare un segnale chiaro. Peccato perché era proprio bella».

Vero che non va allo stadio da dieci anni?
«Verissimo. La strapotere degli ultrà mi spaventa. Sono delinquenti che aspettano qualsiasi pretesto per scatenarsi. Le partite meglio vederle in tv. E i film al cinema».