Abbé Pierre, il sovversivo della carità

Almeno un attimo di raccoglimento: è una storia che bisogna sforzarsi di conoscere, persino oggi, nella garrula stagione che celebra tutt’altre biografie, gossippare e mondane, abbronzate e scamiciate. Toglie il disturbo, da questo mondo sgangherato, un inviato speciale di Dio. Forse non è Papa Giovanni, forse non è Gandhi, forse non è nemmeno Madre Teresa di Calcutta. Ma siamo molto prossimi a queste dimensioni umane. Se la santità si misura in piaghe, in rughe, in lacrime, l'Abbé Pierre sta da quella parte, dove generosità e amore riescono a piegare con ineffabile candore la forza irruente del cinismo, delle meschinità, degli egoismi.
Troppe parole e troppi aggettivi finirebbero però per urtare pesantemente contro questa parabola di vita, tutta fondata sui fatti e sulle opere. Conviene lasciar parlare questi, che da soli dicono quanto fosse grande la sua grandezza. Basta seguire semplicemente la cronologia delle vicende, per piangerlo e rimpiangerlo nel modo più affettuoso.
Il suo vero nome è Henri Antoine Groues. Nato a Lione il 5 agosto del 1912, è il quinto di otto figli. La sua famiglia non ha problemi economici. Eppure, memoria diretta, «da piccolo seguivo mio padre in certe strane riunioni con i suoi amici: erano tutti benestanti, ma raccoglievano denaro e generi di prima necessità per i poveri...».
Il clima domestico finirà per intossicarlo mirabilmente. Mentre studia dai gesuiti, è già molto attivo nel mondo scout. Poi, a sedici anni, il viaggio fatale. Destinazione Assisi. Qui, il ragazzino lionese resta incantato dalla provocazione di Francesco, che finirà per rivivere in prima persona. Tornato in Francia, non ancora ventenne, un giorno comunica ai genitori la decisione della vita: lascia ai poveri la sua parte di eredità ed entra nel convento di clausura dei cappuccini. Nessuna opposizione, niente urla: rispetto a Francesco, ha una famiglia che sa comprendere certi strani sogni.
Il giovane fratacchione studia con passione filosofia e teologia. Nel '38 viene ordinato sacerdote. Ma un anno dopo, causa seri problemi di salute, si vede costretto a lasciare il convento: la vita monastica perde un servo devoto, l'umanità accoglie uno dei cuori più generosi della propria storia.
È durante la guerra che Henri Antoine diventa Abbé Pierre. Nome di battaglia. Battaglia tutta particolare, battaglia tutta sua: falsificando passaporti, improvvisandosi guida alpina, salva una moltitudine di perseguitati dai nazisti, facendoli passare oltre le Alpi e oltre i Pirenei.
Partigiano attivissimo, è ricercato rabbiosamente dalla Gestapo. Purtroppo, a pochi mesi dalla fine della guerra, cade nella rete dei tedeschi. Vai a sapere: in certi momenti, una mano superiore ci mette la pezza. L'Abbé Pierre riesce a fuggire grazie alla complicità di alcuni amici, che lo fanno partire verso Algeri dentro un sacco postale.
Non c'è nulla di romanzato, è una vita così. Si fatica a tenere il ritmo: questi mirabili tarantolati della santità non si lasciano mancare nulla. Al ritorno dalla guerra, è persino deputato. Sta dalla parte dei più disgraziati. Tanto che acquista una vecchia casa a Neuilly Plaisance, periferia parigina: l'idea è di farne un ricovero internazionale per i giovani orfani di tutto il mondo, così da avviare un nuovo senso di comunità, sotto l'insegna evangelica di «Emmaus». Il progetto, però, deve subito adeguarsi a un disegno superiore. Nel '49, l'Abbé è chiamato ad assistere un ergastolano assassino in fin di vita. Il suo nome è George. Rientrato a Parigi dopo vent'anni di lavori forzati, alcolizzato, debilitato dalla malaria, rifiutato dalla famiglia, non ha trovato di meglio che tentare il suicidio. Il prete ha pochi argomenti per consolarlo, però sceglie il migliore: «George, sei disperato e vuoi morire... Io non ho nulla da darti, posso solo chiedere: vuoi darmi una mano per trovare una casa a chi non ne ha?». Per la prima volta in vita sua, l'assassino non si sente inutile. Accetta. Nasce la prima comunità Emmaus. Innovativa, per i tempi, l'idea che tiene in piedi i bilanci: raccattare e rivendere oggetti buttati. Nel giro di qualche anno, gli stracciaroli della carità metteranno radici in mezzo mondo, salvando dalla disperazione gli ultimi del creato.
La sera del primo febbraio 1954 è ancora viva nel ricordo di tanti francesi. Da Radio Lussemburgo, la voce disperata dell'Abbé Pierre lancia l'appello indimenticabile: «Amici miei, aiutatemi. Una donna è morta assiderata alle tre di questa mattina, nel centro di Parigi. In mano aveva ancora il documento che il giorno prima l'aveva sfrattata. Tanti stanno nelle stesse condizioni. Forza, dobbiamo muoverci: entro questa notte, domattina al massimo, abbiamo bisogno di cinquemila coperte, trecento tende e duecento fornelli. Fratelli sfortunati ci aspettano là fuori...».
Il sovversivo di Dio la definisce l'«Insurrezione della bontà». Difficile credere a quello che succede: nei giorni successivi, la comunità di Emmaus viene inondata di donazioni. L'eccentrica società degli stracciaroli fa centro. Tutti vogliono conoscerla, tutti vogliono sapere. Andando avanti nel tempo, succursali di questa strana multinazionale metteranno piede in diversi Paesi. L'Abbé Pierre, padre ispiratore e amministratore obbligato, sarà ricevuto a palazzo dai più potenti, anche se non smetterà mai di parlare a nome dei più miseri.
Negli ultimi anni, quando entra nell'inverno della vita, si ritira con i fratelli anziani e malati nella comunità di Esteville, in Normandia. «Sono in attesa delle grandi vacanze», spiega sereno ai visitatori.
Nell'attesa, riesce comunque a fare altro rumore. Nel 2005 esce il suo libro «Dio mio, perché?». Rivela di aver ceduto alle tentazioni del sesso, raramente e occasionalmente. Senza però aver mai amato sul serio una donna: l'unico vero legame, rivendica, è sempre rimasto quello col Signore. L'ultimo scandalo, l'ultima ammissione del proprio limite umano: ancora una volta, a fin di bene. Perché se ne parli.
Pochi mesi fa, stanca e sofferente, la sua voce arriva in Italia attraverso «Radio 24». In una bella intervista, parla tranquillo anche della morte, che sente prossima. «Paura? No. Sarà l'incontro con un amico. Sono davvero impaziente. A 93 anni, penso d'avere il diritto di dire: ciò che ho vissuto è sufficiente...».
Giudicherà il suo amico, ma ad occhio e croce davvero sembra sufficiente. Raccogliendo stracci, si è ritagliato un posto in prima fila tra i grandi del Novecento. Poca cosa, direbbe lui: il posto più comodo, con vista sull’universo, lo occupa dall’altra notte.