Abbado dirige il "Fidelio" che ha sempre sognato

Il grande direttore porta in scena, a Reggio Emilia, la difficile opera "semiseria" di Beethoven, aiutato da una splendida Mahler Chamber Orchestra. Un'ottima compagnia di canto se si esclude il tenore Clifton Forbis

Reggio Emilia - Fidelio di Beethoven, acclamato a Reggio Emilia, è il sogno realizzato di un grande direttore, Claudio Abbado, che ci ha pensato su tutta una vita. Istante per istante si sente il fascino e la coerenza d’una scelta precisa e meditata. È quello che si chiama verità.

Fidelio è un’opera di genere «semiserio» trasfigurato: comincia come un’opera buffa, col quadrettino della famiglia d’un carceriere, e poco a poco viene attirata verso un punto buio e misterioso di pericolo e di male: nella cella più segreta c’è un prigioniero destinato a venire ucciso, eroe innocente, perseguitato da un Governatore crudele.
Sua moglie però è presente nel carcere: travestita da ragazzo ha fatto innamorare la figlia del carceriere, e viene scelta da lui per scavare la fossa dell’eroe. Nel buio freddo sotterraneo, quando anche il Governatore è sceso per compiere la delittuosa vendetta, lei lo ferma con una piccola rivoltella; e proprio allora, le trombe annunciano la venuta del Ministro a riportare giustizia. I prigionieri, che avevamo visti oppressi anelare all’aria ed alla luce, vengono liberati, la sposa coraggiosa scioglie le catene del suo uomo.
Tutto è grandezza e nobiltà di musica, s’intende; l’ardito canto e il sinfonismo magistrale dell’orchestra. Ma tre punti son decisivi per sentirne crescere la genialità a dismisura. Uno è il quartetto, quando i personaggi ancora «leggeri» si uniscono in un disegno a canone esprimendo il loro presagio sospeso: e Abbado lo tiene leggero, stupefatto come un vortice lento in cui sprofondiamo con loro, misurando al pelo colori e gradazioni di suono delle voci e della splendida Mahler Chamber Orchestra. Il secondo è il coro dei prigionieri: qui come ombre nella figura e nel suono stesso delle parole, impressionanti.

Ma il terzo è il più insidioso per il direttore: quando il dramma è più cupo e pare senza uscita, Beethoven suscita una frase suadente come un conforto e animata come un risveglio. Come nell’opera buffa, l’autore ci fa desiderare, anzi credere un lieto fine. Abbado la lascia nascere come un germe, la porta, la sviluppa, la carica come un segreto al punto d’essere rivelato. Vivranno, saranno liberi, forse tutta l’umanità lo potrebbe. Beethoven è questo.

Restano molti argomenti. Per esempio: di quest’opera esistono più versioni, in quella scelta da Abbado è escluso virtuosamente l’inserimento tradizionale della ouverture «Leonora III» dopo la liberazione. Giusto, e peccato che così ci manchi un po’ di godimento.

Poi: ci vuole una grande compagnia di canto. Questa, a parte il tenore Clifton Forbis che strozza parole e note, era eccellentemente dentro un disegno: con il «cattivo» Albert Domhen integro vocalmente ed isterico come personaggio; il bonario e cedevole carceriere un Giorgio Surjan al pieno delle sue qualità, solenne, umano, ambiguo al punto giusto. Leonore, travestita da Fidelio, superbamente accorata e intima e vincitrice, era Anja Kampe.

Lo spettacolo di Chris Kraus ci vuole spiegare ad ogni costo i fatti e i simboli che capiamo meglio da soli, con luci, immagini, e perfino un Governatore handicappato la cui carrozzella diventa oggetto di trastullo quando lui, con sentimento repellente a Beethoven, viene giustiziato all’istante con una ghigliottina prêt-à-porter. Quando racconta senza complicazioni, però, lo fa benissimo, con recitazione d’alta classe, e lo scenografo Maurizio Balò, complice la costumista Annamaria Heinrich, ci innesta alcune delle sue suggestioni memorabili, come il sotterraneo da brividi e pietà. Due sensazioni che ci rimangono attaccate chiedendoci purificazione.