Abbandoni? Meglio al supermarket

Se fossi un bambino, non vorrei mai essere abbandonato. Ma se malauguratamente dovessi mai esserlo, preferirei essere lasciato in un supermercato. La fiaba dolce e amara di Giorgio, l’incantevole bimbo di 18 mesi ritrovato in un supermercato di Nichelino a ferragosto, può ispirare molti sentimenti, i più dolci e i più amari. Singolare invece che sulla prima pagina di La Repubblica, abbia ispirato la vibrante protesta di Gabriele Romagnoli sui centri commerciali. Il giornalista per un evidente strabismo, anziché dedicarsi al piccolo, si è lanciato in un proclama contro il Carrefour, lo spazio dei commerci e delle merci - orrore! - un luogo di perdizione e di degradazione, ovviamente «colpevole» di essere stato scelto come teatro dell’abbandono, il complice oggettivo di un misfatto.
E qui occorre rileggersi l’articolo, per chiarire che semmai è vero il contrario, e provare a dire che il supermercato a ferragosto è uno dei punti più alti e sublimi della civiltà Occidentale. Romagnoli, infatti, esordisce spiegandoci che i bambini si possono abbandonare ovunque, tranne che nei supermercati. Spiega testualmente (non è uno scherzo) che «i bambini si lasciano nei cassonetti della spazzatura o sui gradini della Chiesa, giacché non esiste un codice per questa attività, se non l’assenza di rischio». Ma nei supermercati no, nei supermercati il rischio «c’è, eccome». Aggiunge, il giornalista di La Repubblica, che «esiste la folla intorno, l’uscita è lontana, che ci sono, tutti ormai lo sanno, le telecamere a circuito chiuso che dovrebbero riprendere ogni cosa». E poi, con tutta la pesantezza di una sentenza etica irrevocabile osserva: «Il supermercato è un luogo sbagliato e sinistro». Vi state chiedendo perché? «Perché il bambino, tra i biscotti e i detersivi, dentro una culla di metallo su ruote - spiega - è più che simbolicamente ridotto a merce, prodotto restituito in quanto non gradito, anche senza rimborso».
La prima cosa che pensi, leggendo uno sproloquio simile, è che basta il buonsenso per rendersi conto che ogni abbandono è tragedia. Ma che, ovviamente, il freddo e le intemperie a cui è esposta una culla davanti a una chiesa non hanno nulla a che vedere con il comfort di un centro commerciale (caldo d’inverno, fresco d’estate). La seconda è che dove si espongono merci da consumare c’è pulizia, mentre dove si buttano le merci consumate c’è solitamente un micidiale mix di batteri. Ad esempio quello che prolifera in un cassonetto, nonostante il disagio anticonsumistico di Romagnoli. Alla fine ti sembra che - a parte le provvidenziali ma rare «ruote» installate davanti ad alcuni ospedali - davvero non c’è luogo più sicuro, più controllato, più climatizzato, in tutto il Paese, a Ferragosto, dove sia meno rischioso abbandonare un bambino. A Romagnoli provoca disgusto il fatto che «Giorgio» (come lo hanno ribattezzato i Carabinieri che per ora sono diventati i suoi tutori) fosse in un carrello insieme ad alcuni prodotti (che lo mercificherebbero con la loro semplice vicinanza, come pericolosi virus). Alle persone di buonsenso, invece, viene da pensare che quelle merci possono persino essere una sorta di messaggio augurale, il simbolo di ciò che la madre avrebbe voluto garantire al piccolo e forse non ha potuto. C’è davvero qualcosa di melenso, finto-buonista e involontariamente dickensiano in chi considera più poetico il bambino piangente su un sagrato, di quello lasciato in compagnia di una nutriente confezione di Plasmon. Certo, Romagnoli non definirebbe mai «merci» i gioielli e gli oggetti quotidiani che i nostri avi delle civiltà scomparse tumulavano insieme ai corpi nelle tombe, per agevolare la vita ultraterrena una volta nell’Ade. Forse quelle merci nel carrello sono un messaggio inconscio, il segno di una fuga precipitosa, più probabilmente sono il frutto del caso. Di certo non sono il simbolo del degrado che Romagnoli attribuisce a una madre, condannata solo per aver preferito un ben visibile carrello del Carrefour a un cassonetto della municipalizzata piemontese dove nessuno ficcherebbe mai il naso. Se poi Romagnoli frequentasse i Centri commerciali (invece di mandarci la filippina a far la spesa), scoprirebbe che non sono quei luoghi di perdizione che immagina. Il supermercato a Ferragosto è il luogo della gente che lavora, la risorsa delle persone che si ritrovano sotto la canicola di fronte alla sfilza delle saracinesche «chiuso per ferie». È il luogo di villeggiatura migliore per tre milioni e mezzo di italiani che quest’anno non sono partiti per le vacanze, perché non avevano i soldi per affittare il casale a Capalbio vicino agli editorialisti dalla penna indignata. Se Romagnoli giudicasse meno e fosse tra quelli che devono tenere l’occhio incollato alla busta paga, saprebbe quale infinita gioia può essere - al Carrefour come all’Auchan o alla Sma - inseguire i cartellini dell’«Offerta speciale estate» con olio, pasta, formaggi e prosciutti liquidati in supersconto. Il carrello pieno è meglio di uno yacht. A chi vorrebbe risolvere il problema degli abbandoni a suon di proclami anticonsumistici (come Maria Antonietta quello dei tumulti per la fame a colpi di brioche) ci piacerebbe suggerire un altro happy end. Giorgio e sua madre, che ha tenuto duro 18 mesi, e poi un bel giorno ha pensato di non farcela più, si ritrovano con un annuncio al microfono. In un giorno d’estate, come in una commedia di Cesare Zavattini e Vittorio De Sica. Al Carrefour Nichelino. E alla fine, quando i due si abbracciano, dalla fila delle casse parte un applauso. Miracolo al supermercato.
Luca Telese