Un abbandono che non nasconde le «beghe» interne a giunta e partito

Caro Direttore, condivido sul caso «Nando Dalla Chiesa» il suo giudizio, secondo il quale nessuno lo rimpiangerà (e quindi egli se ne va insalutato ospite). Non è certo una rottura (questa con la giunta Vincenzi) simile all'abbandono del Pci da parte di Vittorini (donde l'ironia, del migliore del tempo, Palmiro Togliatti: «Vittorini se n'è ghiuto!»). E tuttavia questa ulteriore perdita, comunque la si giudichi, ha un significato che va ben oltre l'effettiva modestia politica del personaggio, che viene quotidianamente trasfigurata dal cognome che porta e che richiama altri orizzonti e altra incisività nella vita civile, drammaticamente stroncata da un gruppo di fuoco mafioso, forse preliminarmente coadiuvato (in modo volontario o involontario?) da interessati contorni di ambiguità all'interno dei governi nazionali e locali dell'epoca.
Ha di nuovo ragione Lei, Direttore, nel pensare che siano sufficienti in questa città (perché dimensionati in maniera idonea) i diligenti commissari politici, per lo meno, quelli che hanno via via dovuto necessariamente accettare le dure lezioni della storia, dunque quelli che le onde nuove li hanno costretti a navigare con un orientamento via via più accettabile. Ma se è così, che significato aveva sin dall'inizio l'arrivo a Genova di alcuni personaggi se non quello di gettare fumo negli occhi a favore della giunta tuttora difficoltosamente in carica? Si trattava dunque di un vero e proprio battage pubblicitario per vendere meglio al grande pubblico ciò che si sapeva sarebbe stato un operare di piccolo cabotaggio. A poco a poco alcuni si sono allontanati riconoscendo superflua la loro presenza. Proprio perché il nucleo forte del Partito non gradiva il loro individualismo. Insomma la questione di fiducia (nei loro confronti) era sul «modesto andante» fin dall'inizio. Perché o l'insigne professore valeva e fin dall'inizio ricopriva una funzione importante e allora inevitabilmente i tratti individualistici si sarebbero agevolmente superati rendendo via via coesa la giunta, oppure fin da subito era sottinteso che avrebbe contato ben poco e i suoi compiti sarebbero stati facilmente surrogabili dall'impegno di altri. Una sceneggiata dunque, di cui il Nando era in parte consapevole, in parte complice ignaro. L'equivoco era nel manico (della giunta) fin dall'iniziale investitura del fratello di «Margherita» Dalla Chiesa (da cui la celebre canzone di un Bruno Lauzi innamorato).
Che lezione dobbiamo trarre da questa vicenda? Quella più generale e che ci riguarda tutti viene bene evidenziata dalle pagine liguri del Giornale e particolarmente dagli articoli ricchi di verve estetizzante (ma lucidissimi e acuti) di Sergio Maifredi e di Maurizio Gregorini. Da Genova, per cause molto diverse tra loro) si va via. Certamente siamo in una città da troppo tempo «sequestrata dai soliti aguzzini» (questo titolo è bellissimo, complimenti a chi l'ha scritto!) e Genova è davvero «una vedova senza più amanti» in un disfacimento autoisolantesi quale quello della ormai vecchia (e un tempo libertina) contessa di Castiglione (di cavouriana memoria) nonostante le tenaci e lodevoli emozioni che continua ostinatamente a suscitare in Lei, caro Direttore e in altri molti che però stentano a ritrovare in città un'uscita di sicurezza.