«Abbasso i sovversivi Viva la tradizione»

Intervista al grande violinista, stasera in concerto all’Auditorium: «La classica non ammette ibridi»

È un nome tale da spiccare anche fra i 4mila che si addensano nel cartellone del Festival MiTo. Che lui onora stasera all'Auditorium in largo Mahler (ore 21), sempre in compagnia della Wiener KammerOrchester.
È Uto Ughi, il violinista italiano di riferimento nonché affabile comunicatore della musica. Che difende con ogni mezzo dalla noncuranza generale. Lo fa con staffilate indirizzate a chi di dovere - politici compresi -, operando in proprio con festival di sua creazione (tra essi l'«Uto Ughi per Roma», al via il 22). Dopo lunga battaglia, è pure riuscito a riportare la «classica» in radio e tv. Da qui parte la nostra conversazione: dal programma «Il Diavolo e il violino» che, forte di 8 milioni di ascoltatori, è ora tra i candidati al Grand Prix Italia come miglior programma radiofonico dell'anno.
Se l'aspettava Maestro?
«Solo ora apprendo di questa candidatura. Certo, mi fa molto piacere, ma ancor prima ho apprezzato che Fabrizio Del Noce e Antonio Caprarica abbiano mostrato sensibilità per un problema che non si risolve certo con dieci trasmissioni, ma almeno è stato affrontato».
Da sempre cerca di sensibilizzare i politici di casa nostra. Chi ha contattato di recente?
«Il ministro Gelmini, che ho invitato al nostro festival romano, rassegna indirizzata ai giovani e volta a coinvolgere i ragazzi dei conservatori, bravissimi quanto privi di aiuti. Studiano per suonare sotto le stelle».
A proposito di conservatori e del ministro dell'Istruzione. Ritiene che pure questo ordine di scuola vada riformato?
«I conservatori sono stati fin troppo criticati. Credo siano una scuola di educazione straordinaria; non sono certo privi di difetti, ma volerli ridurre drasticamente come s'è sostenuto non mi sembra la soluzione».
Lei spesso rimarca che «la musica classica non è cosa astrusa: non va capita, va solo sentita». Va ascoltata seguendo la tradizione o percorrendo anche altre vie?
«È ridicolo pensare che l'arte vada rinnovata continuamente: sarebbe come dire che Giotto e Raffaello sono datati. Sono perfettamente in linea con Zeffirelli e Maazel quando avversano quelle regie che tanto per sperimentare cose nuove fanno scempi».
Alle loro dichiarazioni qualcuno ha reagito dicendo che l'artista non può essere ripiegato su se stesso...
«L'artista ha il dovere di difendere la tradizione. Non si può sovvertire tanto per fare il nuovo».
Quindi al bando quegli interpreti della classica che sposano un look trasgressivo e puntano su programmi non ortodossi, tipo crossover?
«Costoro forse non hanno una personalità tale da sostenere le proprie idee e con questi ibridi assurdi pensano di aver maggior successo».
E il pubblico nel frattempo diminuisce...
«Quello che mi preoccupa veramente è la decadenza del gusto. Il pubblico ormai beve tutto, senza distinguere il meglio dal peggio. C'è grande confusione».
Cosa fa Milano per la musica e cosa potrebbe fare?
«È una città con una grande tradizione musicale. Certo, fatti i debiti distinguo: quando si pensa a Berlino e alle sue dodici orchestre o a centri come Londra e Vienna... Milano è industriale e dinamica, il sindaco mi piace moltissimo, s'è battuto con calore per la cultura. Forse ultimamente mancavano nuove cose, incentivi. Ma Mito mi sembra un'operazione meritoria».
Ha dichiarato: «La musica è vita e la vita va vissuta nel modo più pieno per poter interpretare la musica». Lei sente di vivere in modo pieno?
«Io sono un sostenitore della cultura della vita. Mi batto perché il futuro possa essere migliore: tutti nel nostro piccolo possiamo fare qualcosa. Il nichilismo, il lamentarsi senza dare nessun contributo, la cultura della stasi sono atteggiamenti lontani dalla mia natura».
È originario di Trieste, nato a Busto Arsizio, con dimore sparse per l'Italia. Ma dove si sente a casa?
«Ovunque trovi interessi e stimoli. Adoro viaggiare anche se rimango un cultore delle città italiane, le più complete e incantevoli del mondo: non le baratterei con nessun altro centro».