«Abbiamo bisogno di operai, non di clandestini»

Laura Verlicchi

da Milano

Brescia capitale dell’acciaio e degli immigrati, dove economia e multietnicità crescono di pari passo. Un crogiuolo che le tragedie di questi giorni rischiano di far esplodere. Lo sa bene Giuseppe Pasini, presidente di Federacciai e amministratore delegato del gruppo Feralpi, a Lonate, nel cuore del Bresciano.
Come vive un imprenditore nella capitale dell’immigrazione?
«Senza saperlo, finché non l’ho letto sui giornali. In realtà, la situazione è a macchia di leopardo: ci sono zone, come le cosiddette Tre Valli (Val Sabbia, Val Camonica e Val Trompia), dove gli extracomunitari sono il 30% della forza lavoro».
E funziona?
«Il mondo del lavoro è una palestra sociale: se c’è una possibilità di integrazione, passa da lì. Certo, bisogna tenere conto che si tratta di persone provenienti da Paesi dove l’industria, come la intendiamo noi, non esiste. Ecco perché è necessario investire nella formazione del personale: è un impegno e un costo, ma alla fine si hanno soddisfazioni, come mi confermano anche gli altri imprenditori».
Nella sua azienda, com’è la situazione?
«Su 400 dipendenti, gli extracomunitari sono 25, per lo più provenienti dall’Est europeo, ma anche dal Nordafrica. A loro dedichiamo una formazione specifica, con un accento particolare sulla sicurezza, fondamentale in un’azienda con cicli di lavorazione pesanti come la siderurgia e ci preoccupiamo anche di agevolarli, all’inizio, nell’apprendimento dei ritmi di lavoro».
Come imprenditore è soddisfatto. E come cittadino, esce tranquillamente la sera?
«A Brescia no, perché non ci abito. Vivo sul lago di Garda, che però non è certo un’isola felice: io stesso, come molti altri, sono stato rapinato dalla banda degli albanesi. Per fortuna, si è risolto con dieci minuti di spavento, ma poteva finire ben peggio. Ora io non voglio generalizzare, anzi come cattolico penso che l’integrazione degli stranieri sia un dovere: ma ritengo anche che se non si controllano gli ingressi, come si fa in tutta Europa, la delinquenza diventa la strada obbligata per troppi immigrati».
Ma se per assurdo il flusso si fermasse, pensa che la nostra economia ne risentirebbe?
«Ne sono assolutamente convinto. Nelle nostre aziende, ormai, queste persone sono una presenza necessaria: non si tratta di lavoratori stagionali, come avviene al Sud. Sono la risposta a un problema sociale: i figli degli operai non vogliono più fare il lavoro dei padri. E noi di operai abbiamo e avremo sempre bisogno».
Le quote d’ingresso potrebbero essere la soluzione?
«Certo. Occorre garantire lavoro e un tetto a chi arriva qui, altrimenti l’integrazione è un’utopia».
Agli assassini di Brescia non è bastato, però.
«Sono realtà tragiche, a cui nessuno di noi può dare una risposta. Possiamo e dobbiamo però alzare la guardia della sicurezza, come ha proposto Viviana Beccalossi, vicepresidente della Regione. E Brescia è la città giusta per cominciare, proprio perchè è un laboratorio: quello che avviene qui può essere di esempio per tutto il Paese».