«Abbiamo chiesto agli etiopi di non entrare nella città»

L’ex generale Nur Galan, uno dei capi clan che hanno convinto gli estremisti islamici a ritirarsi, teme incidenti: «Le truppe straniere non piacciono alla popolazione, c’è il rischio di un macello»

L’ex generale Mohammed Nur Galal è uno dei capi clan che ha convinto le corti islamiche ad abbandonare Mogadiscio. Grazie a Nicola Pedde, direttore di Globe Reaserch, un istituto di ricerca specializzato sul Medio Oriente e l’Africa, siamo riusciti a raggiungerlo, con un ponte telefonico nella capitale somala, per questa intervista esclusiva al Giornale.
Generale, com’è la situazione a Mogadiscio in queste ore?
«Adesso non sento alcuna sparatoria, la situazione sembra tranquilla. In precedenza ci sono stati saccheggi e assalti alle sedi delle corti islamiche compiuti da quelli che io chiamo “vecchi banditi”. Sono sempre rimasti a Mogadiscio, ma stavano chiusi in casa e avevano paura delle corti. Dicono di stare dalla parte del governo e hanno preso il controllo di alcuni punti nevralgici».
È vero che sono stati i clan di Mogadiscio a chiedere ai miliziani delle corti di andarsene?
«Mercoledì una settantina di rappresentanti del clan Ayr (lo stesso delle corti, nda) si sono riuniti per discutere la situazione di Mogadiscio e della Somalia. L’obiettivo era evitare una battaglia strada per strada. La capitale doveva diventare un sorta di “città libera”. Per questo motivo abbiamo rivolto un appello ai capi delle corti chiedendo loro di abbandonare la città e di rinunciare agli incarichi politici. Alla fine hanno accettato la nostra proposta e se ne sono andati».
Altrimenti sarebbe scattata una rivolta popolare?
«È vero. Abbiamo fatto presente che se non avessero ceduto si rischiava morte e distruzione. Questa situazione avrebbe provocato una sommossa popolare contro le corti».
Però non volete che gli etiopi entrino in città.
«Sì, certo. Abbiamo nominato una commissione per trattare con gli etiopi e ci sono stati colloqui diretti con il ministro degli Esteri e il premier etiopi per chiedere che le loro truppe non entrino in città. Basta un piccolo incidente per provocare un macello. Ci hanno detto che erano d’accordo, ma questo pomeriggio (ieri per chi legge, nda) sono arrivati dei tank etiopi da Balad. La popolazione li ha accerchiati cominciando a lanciare sassi e la colonna si è ritirata».
Dove sono fuggiti i capi delle corti islamiche?
«Hassan Dahir Aweys (il falco delle corti, nda) e Hashi Farah “Ayro” (veterano dell’Afghanistan, nda) sono andati nel basso Juba (Somalia meridionale, nda). Sostengono di avere sotto il loro comando ancora 2-3mila miliziani, che vogliono addestrare meglio. Forse hanno intenzione di ricominciare, ma ci vorrà del tempo. Sharif Ahmed (l’elemento più moderato delle corti, nda), del quale hanno saccheggiato la casa, dovrebbe essersi rifugiato a Kisimaio (città portuale del sud, nda), dove i resti delle corti potrebbero cercare di resistere».
Cosa sa dei jihadisti stranieri che combattevano con le corti?
«Sul fronte a sud ovest di Baidoa c’erano una settantina di combattenti dalla pelle bianca. Dodici sono stati feriti e ricoverati in ospedale. Dai medici abbiamo saputo che quattro erano inglesi, compresi due fratelli, tre americani e due francesi. Tutti occidentali convertiti all’Islam, fanatici peggio dei somali».
Teme un colpo di coda di Al Qaida con attacchi suicidi anche fuori dal Paese?
«Due dei tre super ricercati dagli americani per gli attentati alle loro ambasciate in Kenya e Tanzania (nel 1998, nda) si trovavano nel basso Juba. Adesso sono stati segnalati a Mombasa (la città turistica del Kenya, nda), mentre il terzo era volato in Eritrea per poi proseguire verso il Sudan. Voleva rientrare in Somalia, ma c’è il blocco dello spazio aereo. Quindi il pericolo di attentati esiste».