«Abbiamo giocato con un grande cuore»

Milano Zlatan Ibrahimovic ha la camminata spavalda. A lui piace da matti vestire gli abiti del «die hard», duro a morire. Cammina per il campo, impettito, e ti vien da dire: «ma dove vuole andare questo?». Ma attenzione: nello stesso momento lui sta pensando la stessa cosa di te. Ieri sera Rafa Benitez ha pensato che il miglior modo per fermare lo svedesone era appiccicargli addosso uno della stessa pasta. Marco Materazzi, nonostante i suoi 37 anni, non è uno qualsiasi: ha resistito a una testata di Zidane e non è cosa poco. Facessero a gara, lui e Ibrahimovic, ha chi ha più tatuaggi sparsi per il corpo non si sa chi vincerebbe. E Matrix ha compreso subito il mandato del tecnico: dopo trenta-secondi-trenta di gioco aveva già provato a piazzare il suo gomito sul collo dello svedese. «Attento a quello che fai», deve avergli bisbigliato all’orecchio mentre lasciava presagire la serata tutta fuoco e fiamme che aveva architettato per lo svedese.
Ma Ibra non è uno che si lascia intimorire. Da uno che a 24 ore dal derby dice di non aver paura dei fischi di 70mila persone ci si può aspettare di tutto. E infatti Zlatan non ha atteso tanto per rendere pan per focaccia all’ex compagno. Nessuna gomitata. E nemmeno nessun duello dialettico. Sono lontani i tempi di quando i due erano compagni e dopo l’eliminazione dell’Inter ad opera del Liverpool in Champions, lo svedese si presentava davanti ai giornalisti e dettava: «Perché abbiamo perso? chiedetelo a Materazzi». No, ieri sera Ibra voleva stramaladettamente cancellare dalla mente di tutti i tifosi interisti quell’epiteto che l’ha sempre accompagnato durante i tre anni nerazzurri: «Ibrahimovic? Mai decisivo nelle partite che contano». Detto e fatto. Un balletto sul posto, finta e allungo, Matrix che abbocca, volata verso Castellazzi, Materazzi che si lancia stile ultimo dei mohicani, rigore, 1-0. Ed erano passati solo quattro minuti.
Provate voi a calciare un rigore con 70mila persone che fischiano contro di voi. Ma Ibrahimovic non vedeva l’ora di aprire quelle sue braccia e accogliere i suoi compagni. L’ha fatto sotto la curva nerazzurra e sembrava volesse dire: «Visto? Io non ho paura di voi». Già, i tifosi nerazzurri: quando tre anni fa Ronaldo tornò da ex furono 30mila fischietti ad assordare ogni sua giocata ma il Fenomeno riuscì comunque a timbrare la sua ex squadra.
Ieri il tifo interista ha scelto la strada opposta: l’indifferenza è il male peggiore. Certo, San Siro ha rumoreggiato assai quando lo speaker ha fatto il nome di Ibra e quando lo stesso si è presentato dal dischetto, per il resto accoglienza da uno dei tanti. Peccato che Ibra non sia uno dei tanti. Fa così con la gamba e metà stadio, Materazzi compreso, abbocca alle sue finte, nei primi venti minuti sventaglia un paio d’assist (Seedorf e Flamini anticipati nell’occasione) e tenta pure la volée al volo di destro dal limite dell’area. Poi pensa che per il momento può bastare e torna con quella camminata un po’ strafottente che fa impazzire i tifosi rossoneri. Chiede palla da fermo, Lucio prova l’anticipo ma lui è granitico: potrebbe finirgli addosso anche un tir che Ibra non si sposterebbe di un centimetro. E quando Tagliavento espelle Abate, per lui è niente diventare il primo dei difensori rossoneri. «Abbiamo giocato con grande cuore», dirà al termine. Gli piace il contatto con l’avversario, ne prende e ne dà senza mai tirare indietro la gamba, a metà ripresa si becca un giallo per un’entrata ruvida, roba da taekwondo, nell’occasione finisce dritto dritto addosso a Materazzi e lo manda ko: «Non l’ho fatto apposta – racconterà Ibrahimovic – Era un duello. Ho cercato di prendere il pallone ma c’era anche lui e poi siamo andati in duello. Non so com’è andata a lui, però mi sono scusato. Nel calcio succede e io ho chiesto scusa». Ma il nerazzurro deve uscire frastornato (trasportato al Niguarda per accertamenti) mentre lo svedese si rialza senza un graffio: «Dove eravamo rimasti?». A Zlatan Ibrahimovic, naturalmente, il «nuovo vecchio» eroe di San Siro.