«Abbiate pietà, dategli quella medicina»

La mamma: ha la febbre, deve prendere anche la Tachipirina

Guido Mattioni

nostro inviato

a Casalbaroncolo (Parma)

«Dove sarà quell’anzel?» Se lo chiede, con gli occhi stanchi, una ragazza in tuta rossa della protezione civile. Esausta, dopo tante ore di ricerche, si lascia ormai trascinare dal suo pastore tedesco che fiuta col naso nero e umido ogni filo d'erba, ogni zolla sollevata, ogni ramo spezzato. Fiuta e tira. E la leggi, la stessa domanda angosciata, negli sguardi di tutti i volontari della protezione civile che battono palmo a palmo i campi piatti come biliardi, le rare vigne e i solchi profondi dei canali d'irrigazione che circondano la cascina della famiglia Onofri. Cercano Tommaso, l'angelo di 17 mesi malato e febbricitante, strappato via da casa da due banditi nella tarda serata di giovedì.
I giubbini fosforescenti dei volontari spiccano come assurdi fiori fuori stagione sul malinconico panorama di questo luogo, di questo puntino sulla carta geografica chiamato Casalbaroncolo. Così piccolo, così fuori mano che perfino nelle frazioni accanto fanno fatica a indicarti dov'è. Comunque alla fine ci arrivi, lungo quelle strade strette strette, quasi sospese tra solchi d'acqua, dove due automobili che si incrociano lo fanno a rischio di lasciarci lì i retrovisori e dove tremi al pensiero di che cosa sarà mai, qui, quando c'è la nebbia. Ci arrivi e vedi: poche case coloniche, qualche albero, una chiesetta così malconcia da stringerti il cuore. Il resto è terra. Grassa, fertile e piatta terra padana a perdita d'occhio. Parma è in teoria lì, a un tiro di boccia, oltre il nastro nero dell'A1 e il cantiere dell'Alta velocità. Eppure sembra remotissima, quasi un miraggio.
E se qui, in mezzo a questo nulla e attorno a quella casa rimasta vuota, gli umani si ostinano a cercare e i cani a fiutare per dare una risposta alla domanda appena sussurrata, «dove sarà quell'anzel?», quello stesso interrogativo, in città, si amplifica. E gonfio di disperazione, diventa grido. Grida straziata, ingoiando lacrime, mamma Paola, fuori dalla questura, davanti alle telecamere, rivolgendosi a chi le ha strappato il figlio. Grida perché il marito Paolo, nel leggere il messaggio ai rapitori, implorandoli di «somministrare subito il farmaco Tegretol, l'unico modo per salvare la vita al nostro bambino», nell'agitazione si scorda un particolare importante. «No, no, c'è anche la dose», urla angosciata la donna con l'ultimo filo di voce. «Il Tegretol è in sciroppo, 3 millilitri alle 8-9 del mattino, non più tardi e tra le 20 e 21 di sera e la Tachipirina, perché ha la febbre», dettaglia con quel puntiglio tenero e ossessivo che assumono tutte le mamme quando i figli stanno male. Poi si abbandona, piccola e fragile, tra le braccia del marito.
Lanciano il loro grido anche i genitori di Paola, cercando di immaginare - ma sperando di non saperlo mai - dove, in che condizioni e in quali mani si trovi il loro nipotino. E sembra quasi di vederlo, quel minuscolo angelo malato, tutto riccioloni e sorrisi, riflesso nei loro sguardi umidi. Il nonno, semicieco, ne ha ormai soltanto uno, di occhio. Eppure implora i rapitori con la disperata forza dell'amore, promettendo loro il riscatto più grande e generoso che è in grado di offrire: «Dico a chi ha preso Tommy che gli do un occhio, l'unico che mi è rimasto, ma riportatemi il mio bambino. O prendano me al suo posto. E aggiungo una cosa - conclude però alzando la voce -: Dio perdona, io no». Accanto a lui la moglie Lisetta rivela quanto le ha detto la figlia: «Mamma, speriamo bene, ma ho un brutto presentimento. Non me lo ridaranno più», rivela scrollando il capo, ricordando come «Tommy sia stato costretto a conoscere fin da piccolissimo che cos'è un ospedale e proprio ora che si era quasi rimesso è successo questo». Ma per darsi forza, la nonna sospira: «Io dico, speriamo bene».
E il grido sale in alto, molto in alto, diventando preghiera, nelle parole di monsignor Silvio Cesare Bonicelli, vescovo di Parma. Parole anzitutto di implorazione. «In nome di Dio liberate il piccolo Tommaso. Mettetevi una mano sul cuore, trovate i canali e riconsegnate subito questa creatura innocente alla sua famiglia», chiede il vescovo in una dichiarazione diffusa all'agenzia stampa della Cei. Parole che però diventano subito severe quando ricorda che «quanto è accaduto è assurdo, perché questo rapimento è indice della cattiveria degli uomini del nostro tempo. Infierire su un innocente, per giunta malato, è segno di cattiveria e assenza di cuore».
Più flebile, per via degli anni, ma non per questo meno sentita, è stata senz'altro la preghiera che a Casalbaroncolo, nella piccola e malridotta chiesetta di San Pietro - una specie di prua di cemento che un tempo doveva essere stata color mattone, ma ormai sbiadita dalla lebbra dell'umidità - è venuto a recitare don Arnaldo Vaga, parroco nel vicino comune di San Donato, ma anche «amministratore», precisa, di questo minuscolo avamposto di Dio dove le campane sono bersagliate dai ricordi indelebili dei merli e dei passeri. «Di norma vengo qui solo in certi periodi dell'anno, perché qui c'è poca gente». E per il resto dell'anno la chiesa è abbandonata?, chiediamo. «Non del tutto - dice don Arnaldo - perché l'appartamento sul retro è affittato a uno che lavora in una fabbrica in città». È vero, sul campanello c'è un nome: Hmida Yousset. «Sì, è tunisino», precisa il vecchio parroco. E sgranando un bel sorriso aggiunge: «È anche musulmano». Cose che possono succedere soltanto qui, come scriveva Guareschi, «in questa terra dove per buona parte dell'anno il sole picchia martellate in testa alla gente». Brava gente.