Abdallah raccoglie un’ardua eredità

Contrastare la sfida integralista e mantenere in equilibrio tradizione e amicizia con gli Usa

Per il mondo arabo la morte del re Fahd in Abdul Aziz non è stata una sorpresa scioccante. Tutti sapevamo che prima o poi l'inevitabile sarebbe accaduto. Il re sorridente aveva affrontato i momenti più drammatici con lo stesso carattere tollerante ed espansivo, senza rinunciare al suo modo tanto gentile e saggio nell'affrontare i problemi. Si potrebbe dire che era il re giusto nel momento giusto in una epoca tanto turbolenta per l'erede di un trono tra i più particolari e delicati del mondo islamico.
Egli non era sconosciuto al mondo politico quando salì al trono nel 1982 dopo la morte del fratello Khaled. Era già uno dei tessitori della politica saudita della modernizzazione e dello sviluppo nel 1953, quando divenne ministro all'Istruzione. Centomila giovani sauditi devono a lui la borsa di studio che diede loro la possibilità di studiare all'estero, compreso la nostra Italia, e poi ritornare in patria per ricostruire ed edificare la terra sacra dell'Islam su criteri modernistici e tecnologicamente avanzati.
La sua lunga esperienza nel campo politico e la sua intuizione avevano aiutato il regno nel riuscire ad evitare due terremoti che potevano essere fatali per il Vaticano dell'Islam, già da quando era erede al trono: la caduta dello scià e l'arrivo dell'Imam Khomeini al potere in Iran e la guerra del golfo nel 1980. Fahd consigliò il dittatore iracheno di non entrare in conflitto con il vicino Paese islamico e quando l'arrogante presidente dell'Irak, ignorando il consiglio, attaccò lo stesso il neo re non era rimasto a guardare. Per nazionalismo panarabo ma soprattutto per la visione realistica che caratterizzò il suo regno decise di scegliere di stare con l’Irak, rischiando la sicurezza e la stabilità del suo Paese.
Saddam per il re saggio rimase sempre un dilemma, sia durante la guerra sia durante la pace. Appena uscito dalla sua folle impresa con l'Iran iniziò a minacciare e intimorire i paesi che lo aiutarono a non morire sotto i colpi dei pasdaran, il Kuwait e l'Arabia Saudita. Proprio il 2 di agosto, e la sorte del destino vuole che sia ieri il giorno dei funerali del re saudita, attaccò il piccolo Paese confinante e subito concentrò circa un milione di soldati nel triangolo del confine tra l'Irak, il Kuwait e l'Arabia Saudita. Chiedere alle forze alleate di intervenire non era una decisione facile da prendere e non lo era nemmeno quella di ospitare le truppe americane nella terra sacra dell'Islam per attaccare un Paese arabo e per liberare un altro senza rischiare una guerra fra Paesi arabi.
Non era ancora finito il pericolo nazional-panarabista di Saddam Hussein quando iniziò quello religioso-salafita di Bin Laden. Lo Stato saudita, che stava facendo i suoi timidi ma accelerati passi verso la modernizzazione, accettò la sfida contro l'oscurantismo e divenne il primo avversario del fanatismo terroristico di al Qaida. Con una politica di grande equilibrio e determinazione, il re e tutto il suo governo riuscirono a vincere la battaglia politico-propagandistica contro la logica del terrorismo e del fanatismo religioso.
Anche se era malato già dal 1995 il re Fahd e con l'aiuto del fratello, erede al trono Abdullah, riuscirono a condurre la loro società verso la riconciliazione e verso una sorta di democratizzazione, sia pur elementare. La politica di grande equilibrio tra l'occidentalismo e l’attaccamento alle tradizioni culturali del regno saudita sotto Fahd aveva funzionato, costruendo ponti di fiducia con l'Occidente da una parte e guadagnando la stima e la simpatia di Paesi arabi come il Marocco, dove Fahd aveva un suo palazzo privato a Casablanca.
Ora il difficile compito di combattere il terrorismo e il fanatismo religioso proseguendo con la politica della modernizzazione del paese senza rinunciare alle sue tradizioni e peculiarità religiose attende il neo re Abdullah, che avrà bisogno del sostegno dell'Occidente e di porte aperte per il dialogo e la collaborazione.