Abel Ferrara: "Che bella la mia sporcizia"

In "Go Go Tales" scena choc della Argento con un rottweiler. Nel cast
anche Bob Hoskins, Willem Dafoe e Matthew Modine poco valorizzati dalla
sceneggiatura. Il regista: "Volevo ricreare il clima tra realtà e sogno di Billy
Wilder, Frank Capra e Woody Allen". Il film è stato girato a Cinecittà

Cannes - «Folle e creativo, un maestro» dice Stefania Rocca di Abel Ferrara, regista di Go Go Tales ieri fuori concorso al Festival di Cannes. «Per un'esordiente, essere diretta da lui ti dà sicurezza» conferma Bianca Baldi, fotomodella alla sua prima prova cinematografica. «È il mio mentore. Lo seguo a occhi chiusi» sintetizza Asia Argento, trentenne e già veterana del cinema in generale e di Ferrara in particolare. Sono solo tre della dozzina almeno delle belle ragazze, strip-teaseuses e ballerine di lap dance che Go Go Tales allinea per la gioia degli occhi dello spettatore: ma è probabile che le altre, da Lou Doillon a Roy Dotrice, da Shanyn Leigh a Selena Khoo, direbbero la stessa cosa. Il problema è che nessuna di loro ha visto il film.
Con alle spalle una solida fama di «maledetto», da King of New York al Cattivo tenente, a The Addiction e Black out, Ferrara tenta qui la carta della commedia classica e, in fondo, dei buoni sentimenti. «Avevo in mente Billy Wilder, Frank Capra, Preston Sturges, Woody Allen. Non mi voglio paragonare a loro, ma mi piaceva ricreare quel clima lì, fra realtà e sogno». Ma, come ha titolato il New York Times, il suo film esalta il bello del sudicio.
Interamente girato a Cinecittà, Go Go Tales allinea un cast di tutto rispetto. C'è Willem Dafoe che fa Ray Ruby, il gestore del cabaret Paradise, Matthew Modine nel ruolo di Johnnie Ruby, suo fratello e suo finanziatore, Bob Hoskins nei panni del «Barone», ovvero il direttore di sala, e Sylvia Miles in quelli della proprietaria dello stabile dove si trova il locale, intenzionata a sbatterli fuori per morosità e sostituirli con i gestori di un salone di bellezza.
Nelle intenzioni del regista, il film è una sorta di apologo sul diritto alla creatività, all'arte e alla voglia di arrivare. «Negli anni Settanta quel tipo di locali era di gran moda a New York, una palestra di corpi e di sogni. Ho un po' pescato fra i miei ricordi, i miei amici di un tempo e ho voluto raccontare quel mondo e quell'ambiente più come una palestra di speranze che come un luogo di perdizione». Stando alle sue parole e a quelle scritte sul press book che accompagna il film, tutto sembrerebbe funzionare, eppure nella sua coralità Go Go Tales non decolla mai. Le esibizioni da cabaret di prestigio sembrano recite da oratorio, una danzatrice classica, un prestigiatore donna, un buttafuori attore shakespeariano, il lusso del locale suona più improbabile che reale, il numero delle spogliarelliste superiore a quello dei clienti. Tutti recitano sopra le righe, Sylvia Miles è grottesca e Matthew Modine fuori parte. Quanto a Willem Dafoe, impresario carismatico con la passione devastante per il gioco del lotto, fa il suo ruolo con dignità, ma la sceneggiatura non l'aiuta. Fra le attrici Asia Argento, ovvero Monroe, è protagonista di uno scambio di linguate con un rottweiler durante il suo spogliarello. «È nato tutto per caso. Sia io sia Abel in realtà abbiamo paura dei cani. Così sulla scena ho pensato che dargli come un bacetto lo facesse star buono. Comunque il cane è morto dopo la fine delle riprese». Sembra di vecchiaia.