Abete scopre la mano pesante: «Si potrà sospendere la partita»

E adesso scende il diluvio. Diluvio di chiacchiere e retorica. Tutti al capezzale del povero nero. Come se l’italico razzismo, strisciante e ipocrita, non esistesse da sempre. Nessuno se n’era accorto? Poi si può giocare sulle differenze. Per esempio tra il caso Zoro e quello di Balotelli. Ma non hanno torto quei tifosi della Juve, e come loro tante persone di buon senso, che trovano disgustoso sentir urli e litanie: che si tratti di «sporco negro!» o «figlio di puttana!», magari riferito ad un bianco. Materazzi potrebbe tener lezione in tal senso. «È giusto punire gli insulti razzisti. Ma se per 90 minuti la madre di un giocatore viene insultata, nessuno dice niente».
Bisognerebbe punire tutto. Però, stavolta, il cielo grigio del qualunquismo ha trovato uno squarcio. Il giudice ha punito la Juve per una sorta di responsabilità oggettiva, anche se la società bianconera ha già presentato ricorso. La federcalcio vuol mostrare i muscoli. Lo ha annunciato il presidente Abete. Nel consiglio del 5 maggio l’art. 62 (comma 6) delle norme federali diventerà pericoloso anche per gli impuniti dal razzismo vocale facile. Questo articolo dice che, in caso di striscioni dal contenuto razzista, un funzionario dell’ordine pubblico può intervenire e far interrompere la partita. Mai l’arbitro. La norma sarà allargata ai cori. «Potremo collegare i due aspetti regolamentari e dimostrare che il calcio italiano non è la feccia del mondo». Sarebbe una regola assolutamente nuova che, in severità, scavalcherebbe anche quelle di Fifa e Uefa. Un segnale.
L’insospettabile rapidità decisionale di Abete non ha però tappato la bocca a Matarrese, che, poco prima, aveva fatto sapere: «Moratti ha fatto bene a dire che avrebbe ritirato la squadra. Serve un segnale forte. Fermarsi e ragionare, anche durante le partite: decidere se sospendere il match o andare avanti». Accontentato! La risposta di Abete ha coinvolto anche i discorsi con Cobolli e su Moratti. Il presidente juventino si era scusato. «Ed io - ha raccontato Abete - non posso che scusarmi con Moratti e con l’opinione pubblica». Ma sulla voglia di scendere in campo e ritirare la squadra, Abete è stato cattedratico, sfruttando un equilibrio instabile. Non ha detto: giusto o sbagliato. Piuttosto: «Qualunque presidente può prendere le decisioni che ritiene più opportune. Nessun comportamento legittima episodi di razzismo ma in campo tutti vogliono essere rispettati. Bisogna anche rispettare gli avversari, senza far riferimento al comportamento di Balotelli». Dire per non dire. Vecchio trucco.
Nel coro di sdegno non potevano mancare i politici, una volta tanto tutti dalla stessa parte. Contro il razzismo non c’è lotta di colore. Qualcuno, il ministro Ignazio La Russa, ha proposto di metter l’arbitro nelle condizioni di sospendere la partita: idea che implica troppi rischi per tutti, soprattutto per l’arbitro. Gli altri (dalla Meloni a Fiano, Minnitto, Ciocchetti) hanno espresso lo sdegno, la condanna, la voglia di durezza, senza gran fantasia. Sergio Campana, sindacalista dei calciatori, ha ricevuto tante telefonate dagli associati. «Non lasceremo passare inosservato il fatto. Non ci aspettavamo un episodio del genere nella civilissima Torino». L’Uefa ha delegato ogni decisione all’Italia. «Episodi che riguardano i singoli Stati e le singole federazioni», ha commentato il portavoce William Gallard.
Il ct brasiliano Dunga ci ha riscoperti nella faccia peggiore. «Credo sia soprattutto un problema di cultura generale». E Jorge dos Santos Filho, in arte Juary, ai tempi soprannominato Calimero, ricorda: «Purtroppo c’è cultura razzista nel vostro calcio. Oggi forse è peggio. Io non me ne sono mai preoccupato, mi mettevo a ridere. I capitani dovrebbero prendere posizione, fermare il gioco». Se qualcuno l’avesse dimenticato, Juary giocava negli anni ’80. Ne sono passati più di venti prima di sdegnarsi.