Gli abitanti del rione avvertono: «Non strumentalizzate il lutto»

La ricordano tutti come una donna mite, timida. Una casalinga che faceva la spesa e si occupava dei bambini. E soprattutto tutti, immigrati e italiani, non vogliono che la tragedia venga strumentalizzata, che ancora si torni a parlare del quartiere Esquilino come di un posto insicuro, dove regnano illegalità e pericolo. Lo dicono chiaramente due ragazzi che abitano nello stesso palazzo in cui è accaduta la tragedia, in via Buonarroti 39: «Questo è un palazzo normale, e anche quanti abitano in quell’appartamento sono persone normali». Lo dicono anche i bigliettini sui mazzi di fiori appoggiati al portone. Come quello di Graziella e Salvatore: «Abbiamo sentito le vostre urla ma non siamo riusciti ad aiutarvi. Non vogliamo che la vostra tragedia venga strumentalizzata. Pace». Crisantemi, gladioli e ciclamini profumano quest’angolo di Esquilino seminascosto dalle impalcature che ingabbiano la facciata dell’intero palazzo. Ma nei capannelli di gente che guardano in su non si parla d’altro. «Il bimbo era dolcissimo - racconta un ragazzo bengalese, proprietario di un piccolo market in via Buonarroti -, ogni tanto veniva a comprare un succo di frutta. Solo il marito e il figlio più grande di Mary possono spiegare cos’è accaduto. Io so che ogni tanto litigavano con la signora italiana che viveva nella stessa casa». Per Roberto, un 30enne che vive in via Emanuele Filiberto «può essersi trattato di una lite fra condomini, ma non per motivi razziali. Sono 10 anni che abito qui e non ci sono episodi di razzismo né di violenza».
Molti temono che la tragedia abbia un’origine dolosa. Come Arul, bengalese, che gestisce la pizzeria di fronte al palazzo dove si è sviluppato il rogo: «Non riesco a capire perché sia rimasta bloccata solo lei. E poi se il fuoco non si è sviluppato dalla cucina da dove si è sviluppato, e come?».
Intanto i vicini della famiglia Mohamod si mobilitano: «Stiamo pensando di organizzarci tra abitanti e commercianti della via per ricordare le due vittime. Forse qualche minuto di silenzio e di chiusura delle serrande. Nulla che attiri l’attenzione, ma che ricordi solo la scomparsa di due persone. È sbagliato dare alla vicenda un taglio razziale», spiega Steve, mediatore culturale nigeriano il cui fratello possiede un market in via Buonarroti. «L’Esquilino - prosegue - non è un quartiere ghetto né una bidonville. È un quartiere interetnico, nessuno se ne sta per conto suo, la gente si parla e si conosce». E, in via ufficiale, le associazioni del rione Esquilino esprimono solidarietà alla comunità bengalese, con una lettera inviata, per conoscenza, anche al sindaco Walter Veltroni.