Aborti clandestini, aumentata la condanna

Aborti clandestini, anche oltre il settimo-ottavo mese di gravidanza. Feti nati vivi e poi eliminati, talvolta, pare, gettandoli nel tritarifiuti. Modi sbrigativi e prezzi comprensivi di spese funebri: tariffe dai cinque ai venti milioni. È la storia della clinica «degli orrori» Villa Gina e di alcuni componenti della famiglia Spallone, che gestivano la struttura sanitaria al di fuori della legge e senza remore morali. Una vicenda nota a tutti, finita con una condanna a 20 anni di reclusione per i medici Ilio e Marcello Spallone (quest’ultimo ginecologo, figlio di Mario Spallone, che fu medico di Togliatti), poi ridotta a 18 in appello, per omicidio volontario.
Ora i giudici hanno stabilito che dietro alla pratica degli aborti clandestini esisteva una vera e propria associazione a delinquere. E per questo hanno aumentato di quattro mesi la condanna confermata nell’ottobre 2004 dalla Corte di cassazione, contro zio e nipote, titolari di Villa Gina. Il pm Roberto Staffa, che per primo ha scoperto cosa accadeva dietro le mura della nota clinica romana, aveva subito contestato ai due indagati eccellenti l’associazione a delinquere finalizzata alla violazione della legge sull’aborto. Un’impostazione che però non ha retto il vaglio dei giudici. È stata la Suprema corte a disporre la restituzione del fascicolo processuale alla Corte d’assise di appello per la rideterminazione della pena, tenendo conto anche dell’imputazione di falso (le ecografie venivano ridotte per far apparire i feti meno sviluppati) e di associazione a delinquere. Il presidente della Corte, Elio Quiligotti, ha inoltre aumentato di due mesi e 20 giorni la pena già inflitta a Isola Di Vita, segretaria di Villa Gina, mentre l’ostetrica Assunta Caccia ha visto confermata la condanna a 14 anni emessa nei suoi confronti.
La vicenda finita al vaglio dei giudici della Suprema corte riguardava reati accertati nel 2001: in particolare si scoprì che nella clinica degli Spallone venivano interrotte le gravidanze al di fuori dei termini di legge, ovvero dopo i 90 giorni previsti. Oltre ai due medici arrestati, una trentina di persone finirono sotto inchiesta. L’indagine, partita grazie alle rivelazione di una «pentita», non si fermò. Furono emesse altre cinque ordinanze di custodia cautelare per il reato di omicidio volontario per 12 episodi risalenti agli anni ’95-97. Per violazione della legge sull’aborto furono indagate anche 12 donne che si rivolsero alla clinica. Nel novembre del 2002, il gup Pierfrancesco De Angelis condannò Ilio e Marcello Spallone a 20 anni di reclusione, riconoscendo l’accusa di omicidio volontario ipotizzata dal pubblico ministero per gli aborti praticati tra il ’95 e il ’97. I due furono condannati anche per truffa aggravata, falso, lesioni e violazione della legge sull’aborto. Condannati allora per omicidio volontario anche l’ostetrica Assunta Caccia (14 anni), l’anestesista Giuseppe Capozzi (12 anni) e la segretaria di Ilio Spallone, Isola Di Vita (12 anni). Dieci mesi di reclusione furono inflitti al ginecologo Giuseppe Pavia e un anno e 10 mesi a Donatella Bonanni (pena convertita in una multa), una delle donne che si sottoposero a interruzione di gravidanza. È nell’ottobre del 2003 che la pena di Ilio e del nipote Marcello fu ridotta da 20 a 18 anni. Nell’ottobre di due anni fa, infine, la Cassazione dispose la restituzione del fascicolo processuale alla Corte d’assise di appello per la rideterminazione della pena.
Nel marzo del 2004 la cronaca si occupò di Marcello Spallone anche per un altro episodio. Il medico, allora agli arresti domiciliari, tentò di evadere dalla sua abitazione, all’Eur. I carabinieri della compagnia di Anzio lo bloccarono al check-in dell’aeroporto di Firenze mentre con documenti falsi stava per imbarcarsi con un biglietto di prima classe su un volo diretto in Francia.