Aborto, sbagliato il blitz in corsia

Parliamo pure, come esige il gergo giornalistico, di blitz della
polizia. Blitz significa, nell’accezione corrente, fulmineità ed
efficacia di un’azione: caratteristiche che si addicono entrambe alle
modalità con cui un nutrito gruppo di agenti ha provveduto lunedì scorso

Parliamo pure, come esige il gergo giornalistico, di blitz della polizia. Blitz significa, nell’accezione corrente, fulmineità ed efficacia di un’azione: caratteristiche che si addicono entrambe alle modalità con cui un nutrito gruppo di agenti ha provveduto lunedì scorso, nel reparto d’ostetricia del Policlinico Federico II di Napoli, a sequestrare le prove d’un possibile e terribile reato. I tutori dell’ordine si sono impossessati delle cartelle cliniche attestanti l’aborto cui poco prima era stata sottoposta una donna di 39 anni, hanno portato via il feto, hanno scrupolosamente interrogato sia la paziente, sia una sua vicina di letto, sia medici e infermieri.
Non si può dire che la legge abbia risparmiato mezzi e uomini per accertare se davvero - in una struttura pubblica e non nell’antro d’una mammana - fossero state osservate nella circostanza le norme della famosa (e per alcuni famigerata) 194. Anche se Napoli è semisepolta dall’immondizia, e certi suoi anfratti sono insanguinati dalle sparatorie di camorra, la magistratura locale non perde di vista altre eventuali forme di criminalità. E, se sollecitata da una segnalazione anonima, dispiega tutta la sua possanza punitrice.
«Atto dovuto» ha spiegato il pm Vittorio Russo, bersagliato di critiche per un’iniziativa a dir poco clamorosa. In effetti sembra che non ci sia stato nulla d’irregolare in quell’interruzione di maternità: decisa alla ventunesima settimana di gravidanza perché il nascituro presentava un’alterazione cromosomica. Se la gravidanza fosse stata portata a termine la possibilità d’un deficit mentale del neonato sarebbe stata del quaranta per cento. E allora, se questo risponde a verità, l’«atto dovuto» sembra piuttosto, a noi che non siamo esperti di diritto, un atto voluto, e oltretutto orchestrato in forma tale da recare di sicuro turbamento e offesa morale alla povera vittima d’una personale tragedia.
Perché tale è sempre l’aborto. Discuterne è non solo utile ma necessario. Lo si è fatto e lo si fa con larghezza, in Italia. Le posizioni diverse e contrastanti che affiorano devono tuttavia partire da una consapevolezza: il dibattito può essere solo alto. Deve rispettare la delicatezza e grandezza etica e religiosa del tema. Credo che Berlusconi abbia ragione nell’affermare - pur condividendo il principio della moratoria di Giuliano Ferrara - che l’aborto è un problema di coscienza. Intendendo con questo, suppongo, che a nessuno è consentito di penetrare a forza nell’intimità delle coscienze. A nessuno, tranne forse che al sacerdote, per i credenti.
Esiste, sull’aborto - è giusto che esista - una legge dello Stato, e alla magistratura spetta di farla osservare. Ma con la distanza, la prudenza, la lungimiranza che il dramma chiamato aborto sempre richiede. Il blitz non si addice a questi dolori, e nemmeno si addice l’invasione in corsia di uomini in uniforme.
Esiste sull’aborto un contenzioso etico, e ideologico, che spesso e volentieri sconfina nella politica. Sconfina a tal punto da far sospettare che la rozzezza e la goffaggine del blitz napoletano non siano stati casuali. Miravano, se ne dovrebbe dedurre, a squalificare gli antiabortisti. Un’ipotesi senza prove. Ma a maggior ragione è bene che le passioni e le pulsioni partitiche rimangano fuori da un ambito che è bipartisan perché bipartisan è la sofferenza, bipartisan sono i tormenti e i dolori della vita: e tra i massimi tormenti e dolori è proprio la rinuncia alla gioia della maternità. Mi trovo d’accordo con Mario Giordano - anche per motivi che non sono i suoi - nel pensare che l’aborto debba rimanere estraneo al confronto elettorale e alla lotta per conquistare seggi in Parlamento. Nelle piazze discorriamo pure d’aborto: ma quello d’una pessima legislatura.