Abreu: «Un milione di strumenti per salvare i giovani»

Pietro Acquafredda

da Roma

«Strumenti musicali per un milione di ragazzi». È il prossimo obiettivo di José Antonio Abreu, 66 anni, musicista ed economista, già ministro della cultura venezuelana, di origini italiane - suo nonno, Antonio Anselmi, dall'isola d'Elba, emigrò in Venezuela alla fine dell'Ottocento, dove fondò la prima banda musicale, facendo conoscere la musica di Verdi e Puccini - in questi giorni in Italia, al seguito dell'Orchestra Sinfonica Giovanile del Venezuela Simon Bolivar, punta di diamante del Sistema nazionale delle orchestre giovanili e infantili, che lui ha fondato trent'anni fa, dove bambini e ragazzi, tolti dalla strada, fanno musica quotidianamente. Domani alla Scala si esibirà Gustav Dudamel, punta di diamante dei numerosi talenti che Abreu ha scoperto e lanciato.
Abreu è un omino piccolo, esile e curvo come un giunco, ma determinato e rassicurante come una quercia. È lui l'artefice e l'inventore del miracolo musicale venezuelano. «Il mio progetto nacque con una finalità prevalentemente sociale racconta Abreu -; togliere dalla strada e riscattare dalla povertà bambini e ragazzi attraverso la musica. Solitamente i programmi sociali sono rivolti a procurare cibo, medicinali ed altri generi di prima necessità. A pochi viene in mente, invece, che l'uomo è anche anima, e che la musica e l'arte in genere, possano nutrirlo e guarirlo. Ho pensato alla musica solo perché sono un musicista».
Da subito pensò al sistema delle orchestre?
«No, dopo. L'orchestra è la rappresentazione, in miniatura, di una società solidale, dove i componenti sono interdipendenti e dove i più grandi fanno da guida ai più piccoli. In linea di principio non siamo interessati ad allevare solisti. La musica che si produce è il risultato di un lavoro d'insieme. Oggi, in Venezuela, nelle centinaia di orchestre suonano oltre duecentocinquantamila ragazzi; e trecentomila circa cantano nei cori diffusi in tutto il paese, che conta 24 milioni di abitanti».
E comunque, numeri uno come Dudamel, direttore ormai notissimo, e Ericson Ruiz , contrabbasso dei Berliner a diciannove anni, servono all'orchestra ed al sistema.
«Certo. Talenti ve ne sono ancora in gran numero e sono d'esempio e di incoraggiamento per tutti. Ma il mio interesse è rivolto prevalentemente all'orchestra ed al lavoro d'insieme. Prossimo obiettivo: fondare un'orchestra e un coro in ogni città e villaggio».
Pura utopia, non le sembra?
«No. La droga corre, io voglio far correre anche la musica. Crede che dove arriva la droga non può arrivare la musica? Voglio dare uno strumento a un milione di ragazzi e bambini».
Dove busserà per avere i fondi necessari?
«I soldi non sono il problema principale. Crede che il mio sistema a regime sia costosissimo? Oggi costa quaranta milioni di euro l'anno, più o meno quanto il Massimo di Palermo, a stagione. Devo confessare che nessun governo fra quelli che si sono avvicendati nel mio paese mi ha mai negato i fondi necessari. Le mie conoscenze di economia mi hanno aiutato nella definizione e presentazione del budget; ma i governi, compreso l'attuale, hanno sempre riconosciuto l'alto valore anche sociale del mio sistema».
L'affidamento dello strumento musicale ha un enorme peso nel suo progetto pedagogico.
«Ogni ragazzo è orgoglioso del suo strumento, si sente responsabile del dono che gli è stato fatto, lo accudisce, diventa tutt'uno con lui e non lo lascia neanche un giorno muto. Ecco da dove nasce uno dei nostri slogan: Scuola e Strumento».
Sembra una favola, mai nessun intoppo, mai nessuno stop. Davvero esiste un mondo simile?
«Difficoltà tante, intoppi continui, specie all'inizio. Ma abbiamo superato tutto. Per noi vale la regola: suonare e lottare».
Cosa si ripromette a breve per l'America latina e nel resto del mondo?
«Vogliamo internazionalizzare ed esportare il nostro sistema. Abbiamo già formato orchestre giovanili anche in altri paesi e una che riunisce giovani del continente latino-americano. Intanto chiediamo all'Occidente di aiutarci, procurandoci strumenti, e mandandoci musicisti a lavorare con i nostri ragazzi. Abbiamo, recentemente, stretto accordi con la Scuola di musica di Fiesole e l'Accademia di Santa Cecilia e prima anche con i Berliner di Abbado e Rattle».
A proposito di grandi direttori, Abbado viene ogni anno da voi, e Rattle altrettanto. Tutto questo serve a far capire al mondo che quel suo sistema di orchestre nato soprattutto come progetto a forte valenza sociale, oggi può considerarsi anche un valido progetto musicale?
«Certamente. La presenza regolare di Abbado e di Rattle è vitale per il sistema e di grande utilità per la sua considerazione all'estero. Rattle, in particolare, ha dichiarato che se gli si chiedesse dove oggi nel mondo sta accadendo qualcosa di veramente importante per il futuro della musica, senza pensarci un solo istante, risponderebbe in Venezuela».