Abu Mazen grida al golpe ma non sa come reagire

Il presidente dell’Anp non sa decidersi a sciogliere il governo di unità nazionale e chiede solo una tregua

Cosa fare non lo sa neppure lui. Come sempre Mahmoud Abbas (noto anche col nome di battaglia di Abu Mazen) è diviso, combattuto, lacerato tra il suo ruolo di presidente, garante degli accordi nazionali e internazionali, e quello di capo di Fatah, una delle due fazioni coinvolte nella guerra civile. Così il presidente prima accusa Hamas di cercare il colpo di Stato, poi invoca l’ennesimo fragilissimo cessate il fuoco. I suoi non si accontentano. Lo tirano per la giacca, lo spingono a metter fine a quel governo di unità nazionale diventato pudica finzione, ultimo emblema istituzionale di una guerra per bande.
Su quell’ultimo passo Abbas, come sempre, non decide. Compierlo significherebbe metter fine agli accordi della Mecca dello scorso marzo, mancar di rispetto alla mediazione saudita, ignorare i tentativi egiziani di trovare l’ennesima temporanea intesa. Significherebbe sancire la divisione tra Gaza, dove Hamas può governare con la forza delle armi, e la Cisgiordania dove Fatah può ancora garantire un barlume d’amministrazione. Cancellare l’esile collante istituzionale di quel governo fantoccio equivarrebbe a sancire la supremazia delle fazioni armate. Dell’una e dell’altra parte. Significherebbe decretare anche il proprio suicidio politico. E forse non solo quello. Abbas si accontenta quindi di gridare al golpe e di invocare la fine dei combattimenti.
«Nella mia posizione di capo dell’Autorità palestinese e delle forze di sicurezza dichiaro un immediato cessate il fuoco per proteggere i più alti interessi nazionali e fermare questo bagno di sangue», annuncia il presidente. È un fiato nella tempesta. Non ferma mezza pallottola, ma amplifica la disperata impotenza, la recidiva inadeguatezza di quel burocrate diventato presidente. E poco serve che Abbas se la prenda con «un piccolo gruppo di dirigenti» pronti a trascinare il Paese «in un’orribile guerra civile». Una parte di quei dirigenti, quelli messi da lui stesso alla testa dei servizi di sicurezza di Fatah, garantiscono la sua sopravvivenza. Fisica e politica. Per soddisfarli il presidente aveva firmato il comunicato che accusava Hamas di progettare un colpo di Stato. «Tutto indica che una fazione a cui appartiene la dirigenza politica e militare di Hamas sta complottando contro la legittimità».
Parole durissime, che di logica implicherebbero la fine del governo di coalizione. Ma cancellare il governo significa rinunciare ai rapporti internazionali, agli aiuti e alla stessa legittimità. Significa affidarsi a delle ipotetiche elezioni che nessuno riuscirà più a organizzare. Non almeno a Gaza. Meglio dunque affidarsi all’illusione di un ennesimo temporaneo cessate il fuoco. Un miraggio in cui non crede neppure il generale egiziano Burhan Hamad arrivato dal Cairo per convincere le due parti a trattare. «Sembra non vogliano neppure discuterne – ripete il frustrato e arrabbiato generale - devono vergognarsi di loro stessi, hanno ucciso la speranza e stanno uccidendo il proprio futuro».