Abu Mazen insiste: «Trattiamo con Israele»

E il premier ebraico gli esprime tutto il suo appoggio: «È stato eletto dalla maggioranza del suo popolo, e finché non coopererà con Hamas noi continueremo a collaborare con lui»

Luciano Gulli

nostro inviato

a Gerusalemme

Chi ha paura di Abu Mazen? Ehud Olmert certamente no. Anzi, fino a quando le cose resteranno come sono (ovvero fino a quando Hamas non avrà allungato le mani sulle leve del potere) Israele farà di tutto per tenere in piedi la traballante poltrona di chi a tutt’oggi presiede l’Autorità palestinese. Lo ha ribadito lo stesso premier ad interim israeliano a una platea di imprenditori intervenuti ieri a un convegno dedicato alle relazioni economiche tra Israele e l’Unione Europea.
È un minuetto, quello tra Olmert e Abu Mazen, che va avanti da qualche giorno. E che proseguirà fino a quando i dirigenti di Hamas, che hanno vinto le elezioni del mese scorso, vorranno. Poi, quando si apriranno davvero i giochi per la formazione del nuovo governo, e i «duri» cominceranno a giocare, si vedrà. Intanto si campa alla giornata. Puntellarsi a vicenda, in questa fase, è anche un modo per rinfrancarsi (per rinfrancare la vecchia guardia dell’Anp, in verità) dopo la terrificante vittoria a valanga dei fondamentalisti. Dice Olmert: «Il presidente dell’Anp è stato eletto dalla maggioranza assoluta dei palestinesi. E fino a quando non coopererà con Hamas, e finché un governo palestinese non sarà un governo di Hamas, noi continueremo a cooperare con l’Autorità palestinese».
Dietro le parole di Olmert non è difficile leggere un messaggio trasversale rivolto ai vincitori delle elezioni. Un «governo di Hamas» è infatti cosa assai diversa da un governo presieduto da una personalità terza e innervato (per fare un’ipotesi) da alcuni ministri di Hamas accanto ad altri scelti tra le facce più presentabili di Fatah. Sempre che questi ultimi, da sconfitti, siano disposti a cavare le castagne dal fuoco ai vincitori. Ma è l'unica «ipotesi di lavoro» (insieme con quella, parimenti praticabile, di un governo di tecnici) che consentirebbe ai palestinesi di tenere aperto uno spiraglio con Israele.
Dal canto suo, è lo stesso Abu Mazen a chiedere con insistenza la ripresa di contatti diplomatici con Gerusalemme, dando così prova del fatto che nonostante il ribaltone elettorale egli non intende rinunciare alle prerogative che la sua carica (insieme con quella di presidente dell’Olp) gli attribuisce. Il quotidiano Haaretz, al riguardo, ha dato notizia ieri di ripetuti colloqui svoltisi nei giorni scorsi tra emissari di Abu Mazen ed esponenti del governo israeliano. Colloqui fitti e articolati, nel corso dei quali il presidente dell’Anp avrebbe ribadito la sua volontà di riprendere in mano le redini dei servizi di sicurezza e del bilancio, ridotto a un gruviera da scandali, malversazioni e ruberie.
La vittoria di Hamas, i possibili scenari del dopo elezioni e gli ultimi sviluppi della crisi iraniana sono gli stessi temi che terranno banco nell’incontro previsto per oggi a Washington fra il ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni e il segretario di Stato Condoleezza Rice. Nell’agenda della signora Livni anche un incontro con il segretario generale dell’Onu Kofi Annan e re Abdallah di Giordania.
Con quest’ultimo, probabilmente, verranno discussi temi legati a una recrudescenza del terrorismo che i servizi segreti interni israeliani danno per scontata. È stato lo stesso capo dello Shin Bet, Yuval Diskin, a informare l’altro ieri il governo di Gerusalemme di una «alleanza strategica» stretta ultimamente fra la Jihad islamica e gli Hezbollah libanesi. Una sorta di patto di ferro per lanciare una nuova ondata di terrore su Israele e sabotare quella «svolta moderata» di Hamas che le prossime responsabilità di governo finirebbero per imporre ai fondamentalisti arroccati a Gaza e nei Territori.
I segnali di una ripresa in grande stile del terrorismo non mancano. Dalla rinnovata frequenza di contatti fra i due gruppi fino al trasferimento di «cospicue somme di denaro», come scrive la stampa israeliana, giunte nei Territori dai quartier generali della Jihad, a Damasco, e degli Hezbollah, in Libano. Due attentati kamikaze organizzati dalla cellula della Jihad di Nablus, sempre secondo l’intelligence israeliana, sarebbero già stati sventati nei giorni scorsi. Ma potrebbe essere solo l’inizio di un disegno ancor più perverso, il cui obiettivo sarebbe quello di costringere Israele a trattare con una Hamas improvvisamente divenuta meno oltranzista (quantomeno a parole).