Abu Mazen mette al bando le milizie degli integralisti

da Gerusalemme

Dissolvi, crea, dissolvi. Con quella magica tripletta il presidente palestinese Abu Mazen ha riscattato in 48 ore 29 mesi da “signor tentenna”. Ha dissolto il governo d’unità nazionale e licenziato il premier fondamentalista Ismail Haniyeh. Ha conferito pieni poteri a 11 ministri indipendenti guidati dall’ex responsabile delle Finanze Salem Fayyad. Ha ordinato per decreto lo scioglimento e la messa fuori legge della Forza Esecutiva e delle Brigate Ezzedin Al Qassam, le due milizie al soldo di Hamas. Ora lo Stato è lui. Almeno qui in Cisgiordania. Almeno per ora.
Alla cerimonia del giuramento dei ministri, al palazzo della Muqata, Abu Mazen ripete che il nuovo esecutivo governerà anche su Gaza, ma si guarda bene dallo spiegare come. E lo stesso fa il premier Salem Fayyad. «La priorità del nostro governo sarà la sicurezza, la missione sarà dura e difficile - dichiara - ma non impossibile». I primi a protestare sono ovviamente quelli di Hamas. «Il governo di unità nazionale continua a svolgere il proprio dovere in base alla legge», ricorda immediatamente il deposto premier Ismail Haniyeh mentre i suoi portavoce denunciano «la cospirazione israeliana e americana in cui è coinvolto Abu Mazen assieme ad alcuni Stati arabi per metter fine ad Hamas».
Nella cospirazione rientrerebbe, ovviamente, anche il piano presidenziale per lo scioglimento delle milizie armate di Hamas. In questo rincorrersi d’ipotesi e congetture s’inseriscono le rivelazioni del quotidiano saudita Al Jazeera su un piano in otto punti per la distruzione di Hamas e la consegna della Striscia di Gaza alle forze di Fatah preparato dai vertici dell’esercito israeliano e sottoposto al premier israeliano Ehud Olmert. Il piano dovrebbe scattare immediatamente per evitare la creazione di uno Stato islamico appoggiato da Teheran e Damasco. Ma furono proprio i piani dei generali, la scorsa estate, a trascinare Olmert nel ginepraio libanese e pochi sono, dunque, disposti a scommettere su un’imminente avventura militare nella Striscia. La situazione potrebbe, del resto, renderla assolutamente superflua.
La scomparsa di Fatah e delle forze moderate trasforma Gaza in un perfetto tiro al bersaglio su cui colpire, in caso di necessità, tutte le pedine nemiche. Sul piano politico la divisione palestinese garantisce invece una trattativa con Abu Mazen non più influenzata da pressioni radicali. Il problema di Gaza potrebbe dunque rivelarsi ininfluente per Israele, soprattutto se il governo Olmert avrà la scaltrezza di trasferirlo alle competenze internazionali.
Il problema separazione non mancherà invece d’affliggere Abu Mazen e il suo nuovo premier costretti a fare i conti con l’opinione pubblica, con le accuse di collaborazionismo e con gli ostacoli frapposti dalle fazioni contrarie alla rottura con i fondamentalisti. La più importante di queste fazioni è quella di Marwan Barghouti, l’influente e popolare segretario generale di Fatah condannato a quattro ergastoli in Israele. In queste ore Barghouti e i suoi sono in stretto contatto con Ahmed Ellas, il segretario generale di Fatah a Gaza, nemico giurato del consigliere per la Sicurezza Mohammad Dahlan.
Proprio i “giovani leoni” di Barghouti e quelli di Ellas premerebbero sul presidente palestinese per indurlo a riallacciare i rapporti con Hamas e ridare vita a un esecutivo di unità nazionale.\