Abu Mazen pronto al negoziato con Olmert

Fini: «Il Muro di Israele non deve essere confine permanente»

Gian Micalessin

da Gerusalemme

Ehud Olmert gli tende un dito e il presidente palestinese Mahmoud Abbas non si fa pregare. L'afferra, s’aggrappa e se ci fosse un braccio s'attaccherebbe anche a quello. Per lui, profugo sempre più alla deriva nei marosi del caos palestinese, il miraggio di un riavvio dei negoziati capace di ridargli statura e autorevolezza è l'unica zattera su cui ancora cercar salvezza. Fosse per lui quei negoziati li riprenderebbe «il prima possibile», come confessa ai giornalisti che l'attendono a Ramallah all'uscita dall'incontro con il ministro spagnolo Miguel Moratinos. «Non esiteremmo un attimo a dare il via a quei negoziati - dice il presidente palestinese -, l'unico modo per arrivare alla pace è quello di sedersi intorno ad un tavolo e discutere, non quello delle uccisioni e delle azioni unilaterali».
Ma purtroppo per Abbas il premier israeliano Olmert non ha intenzione di offrirgli nulla di più di un dito. Almeno per ora. La zattera dei negoziati, se mai partirà, arriverà soltanto dopo le elezioni. E gli si avvicinerà soltanto se il presidente palestinese si sarà dimostrato in grado di gestire la complessa situazione creata da un trionfo di Hamas e dalla quasi scontata débâcle di Fatah. Anche perché la ripresa dei negoziati resta vincolata all'annosa richiesta di disarmo dei gruppi armati palestinesi. «Finché Abbas continua a ripetere esplicitamente di non volerlo fare sarà difficile fissare una data per il via a semplici trattative o all'accordo finale», ha ricordato il ministro israeliano Tzachi Hanegbi.
Il 70enne Abbas comunque non si fa illusioni. Sa che Israele è pronto a lasciarlo affondare nel gorgo post elettorale e ammette una volta di più di esser pronto alle dimissioni. Ma questa volta non parla di fine mandato. Questa volta la sua mente corre a scadenze molto più prossime. Pensa al successo di Hamas, all'inevitabilità di un governo di coalizione, ai paletti che i ministri fondamentalisti potrebbero opporre in caso di nuovi negoziati con lo Stato israeliano. «Se non sarò più in grado di rispettare i miei impegni e i miei programmi allora sappiate che quella poltrona non rappresenta la mia ultima ambizione». Come dire: se non mi faranno trattare e negoziare, se non appoggeranno i miei progetti di pace allora sarò io ad andarmene immediatamente. Il “depresso” presidente palestinese, così lo dipingono o lo vogliono dipingere alcuni rapporti dell'intelligence israeliana, mantiene comunque ancora un barlume d'ottimismo. «Chissà, magari Hamas potrebbe cambiare politica», butta lì Abbas facendo riferimento alla lotta in corso nell'organizzazione fondamentalista tra le fazioni cisgiordane, ritornate ormai molto vicine ai Fratelli Musulmani, e l'ala militare di Gaza terminale degli oltranzisti di Khaled Meshaal e degli altri dirigenti in esilio a Damasco.
A Gerusalemme, dove i medici continuano ad affannarsi intorno ad Ariel Sharon, sottoposto martedì notte ad un breve intervento per la sostituzione di un tubo collegato alla tracheotomia, Ehud Olmert prosegue il lavoro di transizione politica. Ieri ha redistribuito all'interno di Kadima le cariche ministeriali lasciate libere dal Likud e, rispettando le promesse del «grande malato», ha affidato l'incarico di ministro degli Esteri a Tzipi Livni.
La 46enne ex fedelissima di Arik considerata il personaggio più carismatico e più popolare di Kadima continua quell'ascesa che - in caso di vittoria elettorale di Kadima - la vedrà protagonista di primo piano del processo di pace. Nell'attesa l'ex impiegata del Mossad continua a ribadire la sua netta opposizione alla partecipazione di Hamas alle elezioni palestinesi. «Non ci può essere democrazia quando un'organizzazione terrorista entra in un processo elettorale», ha detto la Livni.
Il ministro degli Esteri italiano Gianfranco Fini, dopo aver inviato i suoi personali auguri alla signora Livni ed aver ribadito i rapporti di amicizia e collaborazione tra Israele e l'Italia, non ha rinunciato a ricordare che la barriera costruita per impedire l'accesso in Israele ai terroristi suicidi non può e non deve venir trasformata in un confine permanente. «Israele vuole giustamente tutelare in ogni modo la sicurezza dei suoi cittadini, ed è un dato innegabile che da quando è stata costruita quella barriera il numero degli attentati è diminuito in modo verticale - ha detto il ministro degli Esteri italiano nel corso di una trasmissione radiofonica - ma anche Sharon, da grande statista, convenne - ha ricordato Fini - che il confine del futuro Stato palestinese era ancora tutto da definire nella trattativa con l'Autorità palestinese e la comunità internazionale».