Abu Mazen sfida Hamas: dritti alle elezioni

Il presidente palestinese incassa il sostegno della Gran Bretagna e di Israele e rinnova la disponibilità a incontrare Olmert «ovunque e in qualsiasi momento»

da Beirut

Stavolta il presidente in grigio è pronto a giocarsi tutto. Carriera e vita. Presidenza e sopravvivenza. Poco importa se sia la scelta giusta. Mahmoud Abbas, alias Abu Mazen, sembra per una volta aver scelto. Non grida «voto o morte», ma poco ci manca. L’anatema se l’è già tirato annunciando le elezioni. Così, dopo il furioso fine settimana di combattimenti seguito da una tregua incerta e sanguinosa, il presidente ci riprova rilanciando la sfida davanti a un Tony Blair accorso a tenergli bordone. «È chiaro - ripete il presidente - che stiamo andando verso elezioni anticipate per il Parlamento e per la presidenza, niente può fermarle: siamo un popolo democratico ed è giusto affidarsi al popolo».
Abu Mazen ha poco da perdere. Quel fine settimana di reciproci scontri costellato di morti e feriti rende difficile, forse impossibile, un accordo con Hamas. Meglio mostrarsi forti. Meglio continuare, per una volta, sulla via scelta. «Vogliamo verificare la volontà dei nostri cittadini - spiega il presidente -: hanno ancora fiducia in chi hanno scelto?».
La domanda non riguarda solo Hamas. Proponendo anche elezioni presidenziali, Abbas mette in discussione se stesso. Sfida i sondaggi che prevedono, in caso di corsa contro il primo ministro di Hamas, Ismail Haniyeh, un serrato testa a testa. Certo ci sono ottime probabilità che né Hamas né il suo leader accettino di partecipare a un voto definito anche ieri un «tentativo di golpe».
E ci sono ottime probabilità che nessuno riesca a organizzare le elezioni. Di certo non a Gaza. Lì, nella roccaforte fondamentalista, neppure la guardia presidenziale armata e addestrata da americani e inglesi, tiene testa alle milizie islamiche. Le parole di Abbas vanno dunque prese per quel che sono. Non un programma, ma una dichiarazione d’intenti. Un altro passo di avvicinamento agli Stati Uniti e a Israele. Resta da vedere se il popolo lo seguirà. Alle ultime elezioni il sostegno americano a Fatah decise la vittoria di Hamas. La visita e il sostegno di Blair dopo l’evoluzione drammatica del fine settimana rischiano di trasformarsi in un altro bacio della morte. Ma tant’è. Abbas ha scelto di giocare e gioca fino in fondo. Si lascia perfino sfuggire un appello caloroso al premier israeliano Ehud Olmert dicendosi pronto a incontrarlo sempre e ovunque pur di rilanciare il processo di pace. «Sono pronto a vedere il primo ministro in qualsiasi momento. Dobbiamo vederci, abbiamo bisogno l’uno dell’altro, dobbiamo risolvere i nostri problemi». Olmert forse non è altrettanto ansioso di discutere con un presidente incapace persino di mantenere la pace in casa propria, ma l’invocato vertice punta, nell’ottica di Abbas, a recuperare un po’ di prestigio. In attesa di Olmert, il presidente si consola con le parole dell’ospite inglese, che dal palco di Ramallah chiede alla comunità internazionale di appoggiare lui e i suoi sforzi.
Nella Striscia, intanto, la tregua concordata domenica notte svanisce all’alba di lunedì, quando due gruppi armati si danno battaglia nel centro di Gaza ferendo uno spettatore 16enne. Poco dopo, sempre in pieno centro, una banda armata ferisce gravemente un militante di Fatah. I fratelli di due parlamentari dello stesso gruppo vengono rapiti, più tardi, da altre squadracce in azione nel nord della Striscia. E gli scontri armati ripresi nel pomeriggio intorno al campo profughi di Jabalya si concludono con l’uccisione di un miliziano di Fatah e il ferimento di altri cinque. In serata sempre a Jabalya viene sequestrato, e liberato poco dopo, un ex ministro ed esponente di primo piano di Fatah.
Nonostante il persistere della spirale di violenza, entrambe le fazioni ripetono di essere pronte a rispettare il cessate il fuoco. «Stiamo tentando di mettere fine alle violazioni», annunciano i portavoce di Hamas. E la dirigenza in esilio annuncia da Damasco che il capo dell’ufficio politico Khaled Meshaal incontrerà l’emiro del Qatar e il capo dell’intelligence egiziana per «contenere la tensione, mettere fine agli scontri interni, rilanciare il dialogo e arrivare alla formazione di un governo d’unità nazionale».