Abu Mazen va all'Onu, tanto rumore per nulla: solo Israele vuole trattare

Il leader palestinese attacca Gerusalemme e la accusa perfino di
apartheid. Invece Netanyahu chiede un incontro per cercare
davvero la pace

L’arena della corrida dell’Onu ieri ha infilzato il suo solito toro, Israele. La richiesta al Consiglio di Sicurezza dell’Onu di stabilire unilateralmente, senza nessuna trattativa, uno Stato Palestinese è stata consegnata e annunciata con suono di trombe. Abu Mazen, il presidente palestinese, l’ha annunciato nel suo discorso dopo aver porto a Ban Ki Moon la richiesta scritta. Dall’altra parte Benjamin Netanyahu, il premier israeliano ha invece riproposto molto decisamente la strada della trattativa diretta, «Sediamo e trattiamo “dughri”» (si dice sia in arabo che in ebraico), subito, adesso, qui a New York, perché altrimenti non verrà mai la pace, un Paese piccolissimo come Israele deve trattare la sua sicurezza, non regalarla all’Onu, organizzazione - ha detto Bibi - «sempre prevenuta contro di noi».
«Sarà bene - ha detto Netanyahu - che i palestinesi trattino per due stati, lo stato ebraico e quello palestinese, invece di sottrarsi sperando nella nostra scomparsa e negando la nostra appartenenza a questa terra». Ma il primo ministro ha preso la parola dopo un discorso aggressivo oltre ogni aspettativa, carico di eco arafattiane, di delegittimazione di Israele non dal ’67, per gli insediamenti, ma dal ’48, la fondazione; carico di demonizzazioni estremiste quali non si pensava potessero essere usate altro che da Ahmadinejad o da Erdogan, come di fatto è accaduto nei giorni scorsi. Il discorso di Abu Mazen, tutto costruito sulle ragioni per cui i palestinesi non si vogliono più sedere al tavolo delle trattative, ha fornito il film di un’Israele diabolica, portata per natura all’oppressione. Il presidente palestinese l’ha accusata di tutti i crimini possibili, fino al paradosso, costruendo il punto d’arrivo nell’accusa di pulizia etnica e di apartheid, assurdità che illuminano le intenzioni vere di Abu Mazen: non lo Stato, che comunque Abu Mazen sa non passerà da qui perché quando si arriverà al Consiglio di sicurezza gli Usa porranno il veto, ma una grande campagna che punta sugli umori della primavera araba e sulle incertezze degli europei.
Abu Mazen ha anche puntato per motivi di leadership sulla sfida agli Usa dopo il discorso contrario alla dichiarazione unilaterale fatto da Obama. Il discorso ha descritto Israele come un Paese sadico, paracadutato nell’area senza motivo, senza volontà di pace, una caricatura che ha forse poi meglio illuminato, invece, il pacato racconto di Netanyahu dei disperati tentativi di pace e anche degli sgomberi (il Sinai, Libano, Gaza) in cui Israele si è giuocata fino in fondo. La «Naqba» del 1948 è stata descritta come un assalto assurdo alla popolazione civile, come se gli arabi non avessero rifiutato la partizione e poi attaccato Israele che aveva invece accettato, come se fosse esistito allora uno stato palestinese poi invaso da colonialisti ebrei. Abu Mazen si è avventato su Israele fino ad arrivare alla parola «apartheid»: assalti ai civili innocenti, terrorismo di stato, occupazione senza pietà, assassini mirati, detenzione di prigionieri colpevoli solo di reati di opinione!, attacchi a scuole, ospedali, muro e check point, senza menzionare mai il proprio terrorismo. Secondo Abu Mazen è stata colpa di Israele se i negoziati sono falliti: si è dimenticato il suo stesso svanire nell’aria non appena trovato un accordo completo con Olmert, il rifiuto di Arafat di fronte a Barak e Clinton, le mille occasioni fornite da Israele compreso il congelamento degli insediamenti, tutte vicende ricordate da Netanyahu pacatamente. Bibi non ha detto una parola contro Abu Mazen, è stato molto lieve, ma ha ricordato i pericoli del terrorismo e dell’islam militante. Ha parlato anche dell’Iran come del maggior pericolo, annunciando: «Noi non lasceremo che il terrorismo atomico ci minacci». Ma soprattutto ha invitato i palestinesi a trattare, e subito. Ma Abu Mazen era già sull’aereo di ritorno a Ramallah, dove lo attendono i suoi con festeggiamenti e una domanda pressante: qual è la prossima mossa? Abu Mazen ha voluto mostrarsi duro, un nuovo Arafat; ha riproposto «il diritto al ritorno» che distruggerebbe Israele con le armi della demografia, ha chiamato Gerusalemme «territorio occupato», non ha detto una parola di condanna per il terrorismo. Abu Mazen ha suonato la bucina della mobilitazione globale. E ha preso gli applausi dell’Onu, naturalmente.