Abu Omar ha cambiato idea: in Italia non torno

I suoi avvocati annunciano: è pronto a citare per danni l’ex premier e l’amministrazione Usa

da Milano

Finalmente libero. Anzi, agli arresti domiciliari nella sua casa di Alessandria. «Sono un relitto d’uomo - dice all’Ansa Abu Omar - non posso lasciare il Paese, non voglio tornare in carcere». L’ex imam, rapito il 17 febbraio 2003 a Milano, è ricomparso dopo quattro anni di carcere durissimo nelle prigioni egiziane. Stanco e impaurito, non vuole rischiare un passo falso. È il suo avvocato Zajt al Montasser a comunicare che una decisione Abu Omar l’ha già presa: «È determinato a intentare un processo contro Berlusconi e a chiedere dieci milioni di euro di danni per il suo coinvolgimento nel rapimento come capo del governo e per aver permesso alla Cia di catturarlo».
Nabila Ghali, la seconda moglie di Abu Omar, racconta di essere «resuscitata» dopo aver visto il marito: «Per quattro anni, giorno dopo giorno, non ho fatto altro che aspettare, ma non ho mai perso la fiducia in Dio e la speranza». Ora la donna si augura «la giustizia di Dio, ma processare Nicolò Pollari non è abbastanza, non può compensare tutto il dolore che ha patito mio marito».
Abu Omar aveva intenzione di rientrare in Italia, ma ora avrebbe cambiato idea. Fra l’altro, è ricercato dalla magistratura milanese dal giugno 2005 per terrorismo internazionale e a questo punto è facile immaginare che si rintanerà nel guscio della sua famiglia per non alterare il fragile equilibrio appena raggiunto.
La notizia della scarcerazione rimbalza a Milano, a palazzo di giustizia, dove prosegue l’udienza preliminare per il sequestro. Sono gli avvocati dell’ex numero uno del Sismi Nicolò Pollari, accusato di sequestro insieme ad alcuni funzionari del servizio segreto militare e a 26 agenti della Cia, ad indicare un possibile percorso: «Se Abu Omar venisse in Italia, ovvero se fosse possibile interrogarlo in Egitto, avremmo da porgli una miriade di domande che, probabilmente, non troverebbero risposta». Per Titta Madia e Franco Coppi tutta la storia di Abu Omar, dall’inizio alla fine, è anomala: «La notizia della seconda scarcerazione di Abu Omar, risulterebbe infatti sia già stato scarcerato una prima volta nel 2004, è sempre più oscura». E citano un dettaglio, fra i tanti ritenuti inspiegabili: «Come mai aveva la possibilità di sentire la moglie al telefono quando, a suo dire, era sottoposto a un regime di tortura?». Dietro le parole, si capisce che la difesa di Pollari non vuole credere alla versione di un Abu Omar nemico dell’Occidente ma accredita una sorta di doppio fondo nella sua personalità ancora tutto da decifrare.
I Pm non si fanno molte illusioni: «Decideremo nelle prossime ore se inviare un altro sollecito alle autorità egiziane per poter interrogare Abu Omar - spiega a Radio 24 Armando Spataro - ma le speranze di poterlo andare a sentire sono poche». In effetti, la Procura avvia già chiesto due volte di ascoltare il presunto terrorista, ma dall’Egitto non è mai arrivata risposta. «Fra l’altro - aggiunge Spataro - non esiste convenzione con l’Egitto, quindi mi sembra difficile che ci possa essere consentito di sentirlo, come noi adesso ci augureremmo».
Anzi Spataro frena quando gli si prospetta l’ipotesi, in verità puramente accademica, di convocare subito a Milano Abu Omar: «Siamo nella fase dell’udienza preliminare, il giudice non ha il potere di assumere prove nuove, salvo che non possano essere considerate essenziali per prosciogliere gli imputati, dunque non è questo il caso».
L’udienza preliminare è ormai agli sgoccioli e si chiuderà il 16 con il probabile rinvio a giudizio di oltre trenta imputati e un paio di patteggiamenti. L’avvocato Matilde Sansalone, domanda per Jeff Castelli, capo della Cia in Italia, l’applicazione dell’immunità diplomatica. Pollari, invece, ha annunciato che chiederà ai politici come regolarsi nella spinosa situazione in cui si trova: tacere per non violare il segreto di Stato o difendersi e tradire. Il gip gli ha già detto che sulla vicenda Abu Omar non c’è il segreto di Stato, ma il governo sembra contraddirlo. L’avvocatura dello Stato sta per sollevare un conflitto di attribuzione contro i magistrati milanesi davanti alla Consulta e vorrebbe una discussione a porte chiuse.