Abu Omar, l’inchiesta finisce nelle mani di Prodi

Palazzo Chigi ha due mesi di tempo per decidere: attendiamo sviluppi dai Pm

Gianluigi Nuzzi

Adesso l’indagine sul sequestro di Abu Omar è in mano al presidente Romano Prodi. È lui che dovrà decidere se imporre il segreto di Stato sulla vicenda, o almeno su quanto resta ancora fuori dallo spettro investigativo confermando così l'ultima linea difensiva segnata dal direttore del Sismi Nicolò Pollari nell’interrogatorio di sabato a Milano.
Prodi ha due mesi di tempo per decidere. Ma da quanto filtra da Palazzo Chigi, anche dopo le consultazioni del Professore con il sottosegretario Enrico Micheli ed esponenti della minoranza, sembra che la scelta avverrà in tempi rapidi. Per ora, il governo si mantiene «in rispettosa attesa degli sviluppi dell’inchiesta», ovvero una specifica richiesta da parte dei magistrati milanesi.
Più questa vicenda dura, più rimane volano per strumentalizzazioni politiche e lotte intestine all'interno di polizie e forze armate.Solo che il confronto tra Margherita, Ds e laici ancora non ha trovato una soluzione né su un affatto scontato dopo-Pollari da avviare al Sismi né tantomeno sul segreto di Stato. Perché al di là delle visioni miopi e giacobine di taluni, questa vicenda provoca riflessi internazionali assai più ampi e imprevedibili di una gestione meramente «interna».
Da via Veneto, ad esempio, dall’ambasciata americana, e dagli israeliani la sorpresa e lo smarrimento iniziali hanno lasciato presto spazio a crescenti pressioni per chiudere la partita. Per non ricordare i rapporti che Pollari ha coltivato, e non da ieri l’altro dopo l’11 settembre, ma già da capo di Stato maggiore della Guardia di finanza e poi da vicesegretario del Cesis sia con Israele sia con le frange oltranziste palestinesi.
Cinque anni di governo e di relazioni diplomatiche con gli Usa e le strutture d'intelligence non si avviano con una gestione giornaliera di vicende come queste. E la questione va ben oltre la richiesta del pm Armando Spataro di arrestare agenti della Cia, gli stessi poi che l'amministrazione americana autorizza a operazioni illegali in Paesi anche se alleati.
Sul fronte investigativo invece il segreto di Stato andrebbe a ridimensionare la vicenda ed eviterebbe di indebolire ulteriormente Palazzo Chigi.
La Procura di Milano porterebbe a processo i suoi indagati con non indifferenti ipoteche che potrebbero pregiudicare o sminuire la portata accusatoria. Basta rileggersi la legge 801 che regola Sismi e Sisde e le leggi sul segreto di Stato e intelligence per trovare risposta alle posizioni di diniego assunte fino a ieri dai vertici dei Servizi militari. Ma anche di spiegazione, come ha fatto Marco Mancini.
Vi è infine una costola, un innesto che è rimasto finora in ombra, che si staglia come scenografia delle indagini odierne. Ed è l'indagine sul servizio di sicurezza Telecom, sul suo demiurgo Giuliano Tavaroli, grande amico di Mancini. Ed è proprio questo il secondo tempo dell’indagine che andrà in scena tra agosto e settembre tra arresti, retroscena e ovviamente intercettazioni.
Anche qui il Sismi sarà protagonista negli e dagli atti istruttori su operazioni miste in Italia e all’estero e fiumi di denaro che finivano nelle tasche di tanti, a iniziare da insospettabili giornalisti. Anche qui gli inquirenti metteranno nel tritacarne qualsiasi tutela e copertura del Sismi smantellando di fatto la rete d'intelligence. Fino al giorno in cui verrà proposto qualcuno per ricostruire i nostri Servizi. Ma questo è solo il secondo tempo. In attesa che Prodi decida se confermare l'iniziale orientamento di porre il segreto di Stato e, subito dopo, la riforma in studio dal ministro dell’Interno Giuliano Amato.
Ieri il presidente della Camera Fausto Bertinotti, interpellato a margine dei lavori della Sinistra europea in Portogallo, ha evitato commenti sull’inchiesta di Milano e in particolare sulla posizione di Pollari. «Non ho elementi per potere valutare», si è limitato a dire.