Abu Omar, no all’indagine sulla talpa in Procura a Milano

Proroga negata alla Procura bresciana vicina a dare un nome a chi passava a "Repubblica" le carte dell’inchiesta Abu Omar. Nella richiesta di archiviazione c’erano riferimenti espliciti a un
magistrato milanese e al capo della Digos. Trovati riscontri nei
computer dei cronisti

da Milano

Un flusso di informazioni dalla Procura di Milano al quotidiano la Repubblica. Nulla di strano, perché tutti i giornali hanno fonti all’interno del Palazzo di giustizia. La Procura di Brescia, però, è andata per una volta vicina ad individuare la talpa che passava primizie alla stampa. Ma i magistrati bresciani hanno dovuto arrendersi perché il gip, dopo sei mesi di inchiesta, ha negato la proroga delle indagini e bloccato di fatto tutti gli accertamenti ancora in corso. È questa la storia contenuta nella richiesta di archiviazione avanzata dal Procuratore di Brescia Giancarlo Tarquini al gip in merito al procedimento Abu Omar.
L’ex imam rapito dalla Cia è al centro di un delicatissimo procedimento condotto fra mille ostacoli dai Pm milanesi Armando Spataro e Ferdinando Pomarici. I due hanno condotto un’indagine esemplare riuscendo a ricostruire le modalità con cui un nutrito commando della Cia, aiutato da agenti segreti italiani, sequestrò Abu Omar a Milano nel febbraio del 2003. Due ufficiali del Sismi, coinvolti in quell’inchiesta, avevano presentato un esposto a Brescia perché i verbali contenenti le loro deposizioni erano finiti sui giornali in tempo reale. Brescia con un pizzico di fortuna e alcune perquisizioni mirate, che avevano suscitato l’ira dell’Ordine dei giornalisti, aveva messo le mani su almeno un documento interessante: la richiesta di custodia cautelare per alcuni 007 protagonisti del rapimento; quel testo - scrive ora Tarquini - risultava «redatto e salvato su personal computer sul quale è installato il programma Microsoft Word, com impostato identificativo dell’autore spataroa (evidente acronimo di Spataro Armando), mentre il medesimo testo risultava memorizzato anche su unità di memoria esterna (c.d. pen drive), il cui percorso identificativo era caratterizzato dalla presenza della parola megaleb (evidente acronimo di Megale Bruno), quale utente che per ultimo aveva avuto accesso al file». Bruno Megale, per inciso, è un dirigente della Digos. Chi ha fatto arrivare, partendo dal computer di Spataro, quel documento, che la Procura riteneva riservato, ai cronisti di Repubblica? In realtà, la Procura di Brescia aveva trovato sulle scrivanie di Repubblica migliaia di fogli interessanti dal punto di vista giudiziario e aveva disposto una serie di accertamenti per capire chi fosse la gola profonda. Il gip ha troncato il lavoro di scavo: «Il Pm aveva richiesto al gip di Brescia la prima proroga, in ragione delle attività di acquisizione documentale in corso (si pensi solo alla ancora incompleta acquisizione dei dati dei tabulati). Il gip con ordinanza rigettava la richiesta di proroga». Come mai tanta fretta?
In questa situazione, la Procura era costretta ad imboccare la strada dell’archiviazione di un faldone pur così promettente: «Non vi è prova in atti - prosegue Tarquini - che in questa fuoriuscita di documenti processuali siano (anche per mera colpa) coinvolti i magistrati oggetto di indagine. Parimenti se vi è prova in atti che il file contenente la richiesta di misura cautelare in possesso» di un giornalista di Repubblica «era stato formato sul pc del dottor Armando Spataro, si deve riconoscere che non vi è prova in atti che la messa in circolazione di questo file, tramite la catena di email individuata, ma non potuta sufficientemente approfondire, possa essere fatta risalire al magistrato medesimo».
«Non ho letto la richiesta di archiviazione perché non mi è stata ancora notificata - replica al Giornale Spataro - se il provvedimento contenesse riferimenti a mie presunte responsabilità agirò in tutte le sedi per tutelare la mia immagine perchè in tal caso si potrebbe trattare di un’ipotesi calunniosa». A Milano si fa anche notare che tutti i documenti in questione erano già stati depositati in cancelleria e dunque non erano più coperti dal segreto. In ogni caso la proroga, normalissima in centinaia di procedimenti, questa volta non è stata concessa. Il Palazzo di giustizia resta un colabrodo. Forse a parlare con i cronisti, come disse una volta Francesco Saverio Borrelli, devono essere i muri.