Abu Omar, il «pm» Di Pietro accusa anche il suo governo

Roma - Sul caso Abu Omar, per il ministro Antonio Di Pietro, l’Avvocatura dello Stato «fa politica». Nel ricorso fatto alla Corte costituzionale su incarico del governo, avrebbe «travalicato il suo mandato».
Il leader dell’Italia dei Valori e titolare per le Infrastrutture attacca l’Avvocatura dello Stato, ma in realtà ha nel mirino lo stesso governo di cui fa parte. E appare paradossale che chieda al premier Romano Prodi di intervenire sull’organo che sostiene le sue ragioni costituzionali, come se avesse agito autonomamente.
Quelle dell’Avvocatura dello Stato, afferma Di Pietro, sono «considerazioni politiche irrituali e non autorizzate dal Consiglio dei ministri». Lui ha votato contro la decisione di sollevare di fronte alla Consulta il conflitto tra poteri dello Stato, contestando ai magistrati di Milano la violazione del segreto di Stato nelle indagini sul rapimento dell’imam da parte della Cia. Ma il governo ha voluto diversamente. E ora, l’ex pm di Mani Pulite che ha lasciato la toga per la politica, difende i vecchi colleghi. Come fanno esponenti della sinistra estrema, dal Prc ai Verdi e non solo.
L’Avvocatura, dice Di Pietro dopo l’anticipazione del Corriere della Sera di stralci del documento, doveva «chiedere alla Corte fino a che punto si deve spingere il diritto dello Stato ad apporre il segreto e fino a che punto si può spingere il diritto della magistratura a investigare». Ma è andata molto oltre, sostenendo che la vicenda «avrebbe minato la credibilità internazionale dell’Italia, che la magistratura avrebbe arrecato un sensibile danno all’immagine del governo e avrebbe violato il principio di leale collaborazione tra poteri dello Stato». Per Di Pietro, a minare la credibilità dell’Italia non sono stati i magistrati, che hanno fatto il loro dovere, ma gli agenti stranieri «venuti nel nostro Paese a sequestrare una persona» e soprattutto chi non li ha fermati, ma gli ha anche «dato una mano». Cioè gli agenti del Sismi, a incominciare dall’ex direttore Niccolò Pollari, ora rinviati a giudizio con gli 007 americani. Il segreto di Stato, per il ministro, è solo «un escamotage per coprire il comportamento dei nostri servizi segreti». I pm, ricorda, hanno chiesto l’autorizzazione a indagare e non hanno avuto alcun veto. «Non esiste - dice Di Pietro - alcun atto scritto di apposizione del segreto». A questo punto, Prodi dovrebbe far ritirare all’Avvocatura la parte dell’atto di citazione con le considerazioni politiche.
Gli attacchi al governo sul caso Abu Omar non finiscono qui. Sulla stessa linea di Di Pietro un altro protagonista di Tangentopoli, l’ex procuratore di Milano, ora parlamentare dell’Ulivo, Gerardo D’Ambrosio. «Se esisteva un segreto di Stato - dice - ci potevano pensare prima, non quando l’inchiesta è ormai finita». E nega i «presunti danni» derivati dai rapporti tra intelligence italiana e straniere. Il presidente della commissione Giustizia del Senato, il Ds Cesare Salvi si è detto favorevole alla Commissione d’inchiesta sui rapimenti degli italiani, purché il segreto di Stato venga tolto anche sulla vicenda dell’imam. Milziade Caprili del Prc parla di «inaccettabile subalternità ad alleanze internazionali» e la verde Tana de Zulueta ricorda che l’Europarlamento e il Consiglio d’Europa si sono congratulati con la Procura di Milano per «l’indipendenza dimostrata e la qualità dell’indagine che ha contribuito a fare luce sulla pratica illegale delle “consegne speciali”».