Abu Omar, il processo parte ma è già a rischio

Alla sbarra per il sequestro dell’imam 33 imputati tra i quali l’ex direttore del Sismi Nicolò Pollari e il suo vice Marco Mancini

da Milano

Il braccio di ferro è iniziato. Prima udienza del processo per il sequestro di Abu Omar. Tra i 33 imputati, l’ex comandante del Sismi Niccolò Pollari e il suo vice Marco Mancini, oltre a 26 agenti della Cia. E, su tutto, l’ombra del conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato che rischia di bloccare l’iter giudiziario, e su cui si dovrà pronunciare la Corte costituzionale. Lo «spettro» della sospensione aleggia nell’aula, per una vicenda che a partire dal rapimento dell’ex imam ha investito servizi segreti italiani e stranieri, intersecandosi con l’affaire Telecom, altra maxi inchiesta della procura di Milano su spionaggio abusivo, dossier illeciti e 007 «deviati». Sarà il giudice milanese Oscar Magi - il 18 giugno - a decidere se il dibattimento potrà proseguire, in attesa di conoscere le decisioni della Consulta. Ma, è chiaro fin dalle prime battute, che è questa la scacchiera su cui si gioca la partita. Oltre alla memoria già depositata, infatti, la procura presenterà un nuovo ricorso alla suprema Corte. Un gesto per ribaltare la prospettiva del conflitto. Una mossa d’attacco per contestare i modi e l’oggetto della contesa. Sul tema della libertà personale, sostengono i giudici milanesi, non si può opporre il segreto di Stato. E se così è, è stato il governo a «sconfinare».
Ma il parere della Consulta, secondo i legali degli imputati, è «imprescindibile» per l’esito del processo. Perché se è vero - stando al ricorso presentato dall’avvocatura dello Stato - che sono state disposte intercettazioni su utenze del Sismi, che ci sono atti acquisiti illecitamente, e alcune dichiarazioni sono state raccolte in violazione delle norme sul segreto di Stato, «allora - spiega l’avvocato Titta Madia, uno dei difensori di Pollari - abbiamo la necessità di capire quali testimoni sentire e quali atti non corrono il rischio di essere dichiarati inutilizzabili». Non così per il procuratore aggiunto Armando Spataro, secondo cui il fatto che la Suprema Corte abbia dichiarato ammissibile il ricorso presentato dall’avvocatura dello Stato per conto del Governo, «non anticipa nulla nel merito, quindi non si può attribuire a quella dichiarazione quel che non rappresenta. La dichiarazione di ammissibilità significa solo la constatazione di un conflitto tra due poteri dello Stato». In caso contrario non solo si lederebbe «il principio democratico della separazione dei poteri», ma «la situazione sarebbe tale che qualsiasi processo scomodo all’esecutivo potrebbe essere bloccato da un conflitto tra poteri sollevato davanti alla Corte costituzionale. E questo in democrazia non è possibile, così come non è possibile sollevare il segreto di Stato su fatti eversivi rispetto alla Costituzione e all’ordinamento democratico». La polemica non è chiusa. Perché chi nel documento governativo ha parlato di pressioni su testimoni e imputati affinché violassero il segreto sarà denunciato per calunnia. «Abbiamo rispettato il dovere di lealtà e collaborazione tra le istituzioni - ha concluso Spataro -. Non siamo stati ripagati, se non con accuse infondate».
Nel corso dell’udienza, infine, sono state respinte dal giudice sia la richiesta di due ex 007 di chiudere le porte del processo al pubblico per motivi di sicurezza, sia quella di far entrare nel dibattimento Sismi e Cia, considerati dal legale di parte civile della moglie di Abu Omar gli organismi sotto la cui egida si sarebbe svolto il rapimento. Accolta, invece, la costituzione di parte civile di Abu Omar e della moglie Nabila. L’ex imam, tramite il suo avvocato Montasser al-Zayat, ha fatto sapere di voler prendere parte al processo. «Il mio assistito - ha spiegato al-Zayat - sta seguendo quello che sta succedendo, e vuole venire a tutti i costi in Italia per partecipare a questo processo, pur sapendo che sarà arrestato non appena metterà piede in Italia».
Nelle stesse ore in cui si celebrava il processo, Dick Marty - relatore del Consiglio d’Europa del secondo rapporto sui voli e le carceri Cia in Europa - ha osservato che «in effetti il governo Prodi è andato ancora più lontano» di quello di Silvio Berlusconi «nel tentativo di fermare i magistrati indipendenti».