Abu Omar, tanto rumore per nulla Pollari non può essere giudicato

MilanoAgenti segreti che si commuovono, il procuratore Spataro che si arrabbia ma non arretra di una virgola, un imam estremista che si vede riconoscere un risarcimento di un milione di dollari a carico della Cia. Tutto questo accade ieri pomeriggio nell’aula del tribunale di Milano dove viene pronunciata la sentenza per il rapimento di Abu Omar, predicatore estremista «prelevato» dalla Cia a Milano il 17 febbraio 2003.
Ma quel che accade di più importante è che si traccia una riga di confine, un solco oltre il quale per la prima volta in questo paese la magistratura riconosce di non poter andare, perché prima e aldisopra delle esigenze della giustizia uguale per tutti c’è un interesse più alto, che è quello dello Stato a essere sicuro, a difendersi, a essere credibile nei suoi rapporti internazionali.
«Non sono giudicabili», dice la sentenza, i vertici dei nostri servizi segreti incriminati e travolti dall’indagine: il direttore del Sismi Nicolò Pollari, il suo capo del controspionaggio Marco Mancini, i suoi 007 Giuseppe Ciorra, Raffaele Di Troia, Luciano Di Gregorio. Non vuol dire che per il giudice Oscar Magi sono innocenti - e anzi implicitamente la sentenza dice che probabilmente il giudice ritiene provata la complicità della nostra intelligence con quella americana nel rapimento del terrorista egiziano - ma vuol dire che il segreto di Stato rende questa storia ingiudicabile, la assegna a un universo dove le indagini non possono penetrare. Un sentiero obbligato, dopo che la Corte costituzionale aveva confermato la validità del segreto apposto sull’affaire Abu Omar dai governi Prodi e Berlusconi. Eppure fino all’ultimo - anche ieri mattina, prima che il giudice Magi si ritirasse in camera di consiglio - il procuratore aggiunto Armando Spataro aveva combattuto per convincere il giudice che esisteva ancora uno spazio per arrivare alla condanna degli agenti segreti italiani. Nessun segreto di Stato, era l’opinione di Spataro, può garantire l’impunità per un delitto come il sequestro di persona, per la «barbara pratica» delle rendition e per i suoi complici. Niente da fare, gli risponde la sentenza.
Piovono anni di carcere, invece, sugli agenti americani, incastrati alle loro responsabilità da una mole imbarazzante di tracce lasciate prima, durante e dopo il sequestro di Abu Omar. «Disappunto», è la reazione ufficiale del governo americano alla sentenza che - ed è forse la prima volta - condanna la Cia per una rendition. Disappunto comprensibile, anche se in realtà la sentenza non infierisce fino in fondo: a sorpresa - o quasi - viene prosciolto infatti Jeff Castelli, capocentro della Cia a Roma, indicato dalle indagini come il vero ideatore del sequestro, e al quale il giudice Magi riconosce invece l’immunità diplomatica.
La conseguenza è che la condanna più pesante, otto anni, tocca a Robert Seldon Lady, («Bob» per gli amici), capocentro Cia a Milano, che nel sequestro ebbe probabilmente solo un ruolo logistico. «Mi sono limitato a eseguire un ordine», aveva detto Bob Lady in un’intervista al Giornale, non nascondendo il suo disappunto per la «mancanza di professionalità» con cui il rapimento era stato effettuato dai colleghi. A Lady durante le indagini è stata sequestrata la tenuta che aveva acquistato in Piemonte e in cui progettava di godersi la pensione producendo vino: e che ora contribuirà invece a pagare il risarcimento - un milione di euro da versarsi immediatamente - che gli agenti della Cia sono stati condannati a versare ad Abu Omar, costituitosi parte civile nel processo.
Solo due ex membri del Sismi vengono condannati: sono Pio Pompa, gestore dell’archivio segreto di via Nazionale, e il colonnello Luciano Seno. Tre anni a testa per favoreggiamento, per avere aiutato Mancini e Pollari a sottrarsi le indagini. È la loro condanna a suggerire che per il giudice Magi il reato vi fu, che i vertici del Sismi lo commisero, e che se non ci fosse stata la sentenza della Consulta anche Mancini e Pollari sarebbero stati condannati. Per Seno - uno degli uomini che catturò Renato Curcio, fondatore delle Brigate Rosse - è una batosta inattesa, e se ne va dal tribunale solo e infuriato. Per i suoi colleghi giudicati «non processabili» la sentenza equivale a una vittoria. E lo dice chiaramente la reazione del generale Pollari, «vengo ripagato da anni di amarezza», dice l’ex potente capo dei nostri servizi segreti militari.
Armando Spataro, che probabilmente si aspettava la sconfitta, dice che comunque «la verità dei fatti è quella ricostruita dalla Digos e dalla procura di Milano nel corso delle indagini». Certo, Spataro avrebbe preferito la condanna anche degli uomini del Sismi. Ma non accade tutti i giorni di vedere condannata la Cia.