Abu Omar, teste «scagiona» il Sismi

Il «Ros» ai giudici: quel rapimento è pieno di ombre

Stefano Zurlo

da Milano

«La prima volta che Bob mi disse che avevano in mente di fare una grossa cosa con Abu Omar, fu nella Pizzeria La Tosca di piazza Risorgimento nell’agosto 2002. Bob aveva il pallino fisso dei reclutamenti, di farsi fonti negli ambienti arabi o nelle istituzioni; aveva in previsione di fare il reclutamento di Abu Omar».
È il 30 settembre scorso e il maresciallo Ludwig, al secolo Luciano Pironi, consegna la sua verità al giudice per le indagini preliminari Enrico Manzi. Pironi, sottufficiale del Ros dei carabinieri, è l’unico pentito dell’inchiesta sul rapimento dell’imam egiziano Abu Omar, prelevato da un commando della Cia in via Guerzoni a Milano la mattina del 17 febbraio 2003. Ma Pironi è anche l’unico italiano sicuramente presente quel giorno in via Guerzoni. Per i Pm che hanno pazientemente ricostruito la storia del rapimento e le presunte complicità degli agenti del Sismi, la voce di Ludwig rappresenta un tassello importante. Ma nell’interrogatorio del 30 settembre, tecnicamente un incidente probatorio e dunque un pezzo del futuro processo, Ludwig semina anche qualche dubbio. E non convince del tutto. O meglio, così ritengono gli avvocati Luca Lauri e Luigi Panella, difensori dell’alto dirigente del Sismi Marco Mancini, uno dei principali indagati con il capo del Sismi Nicolò Pollari.
Ma che cosa afferma Pironi, che figura nella lunghissima lista di 39 persone per cui la Procura di Milano si appresta a chiedere il rinvio a giudizio? Ecco il primo elemento: le rivelazioni del numero uno della Cia a Roma Bob Seldon Lady, pure inquisito da Armando Spataro e Ferdinando Pomarici. Lady gli disse che «voleva Abu Omar come sua fonte». Un retropensiero che, a quanto pare, aleggia da mesi nelle teste dei penalisti chiamati a difendere il battaglione di 007 italiani e americani. Per la cronaca, però, dopo il sequestro Abui Omar fu consegnato al Cairo alle autorità egiziane al di fuori di ogni procedura legale, torturato, quindi brevemente e incredibilmente rimesso in libertà, successivamente di nuovo interrogato. Oggi sarebbe, ma il condizionale in questa storia è d’obbligo, in una cella egiziana.
Il racconto prosegue: Pironi ha il sogno di entrare nel Sismi e Lady gli spiega che la «Cia l’avrebbe aiutato perchè la Cia aveva buoni rapporti con Mancini». Siamo ormai agli inizi del 2003, alla vigilia del sequestro. «Bob Lady - precisa Pironi - mi disse che il Sismi non era riuscito a scovare Abu Omar, ma che era stato il “vecchio Bob” a scovarlo. Mi ha detto testualmente che “quelli del Sismi non sono riusciti a localizzarlo”». Come mai? «Non potrei dire - aggiunge Pironi - chi aveva fatto gli studi preliminari». Questo elemento - a sentire i difensori - renderebbe ancor più evanescente il ruolo degli 007 italiani in questa vicenda. In definitiva chi aiutò e in che modo, in concreto, la Cia?
Mancini, nei suoi interrogatori, ha detto che Pollari gli parlò di extraordinary rendition, vale a dire di prelevamenti di persone sospette di terrorismo internazionale, «non mi specificò nomi, nè nulla di preciso, ma mi disse che questo tipo di richieste furono fatte davanti ad autorità politiche al prefetto Masone», il defunto capo del Cesis. Poi ha spiegato che per Abu Omar la Cia chiese una mano al servizio segreto italiano, ma che lui - come si ricava da una telefonata fra lo stesso Mancini e il defunto generale Gustavo Pignero - rifiutò perchè «qui non siamo in Sudamerica». E Pignero, in un’altra telefonata, poco dopo il fatidico 17 febbraio 2003, commenta così il sequestro: «Se lo saranno fatti gli americani, può essere volontariamente sparito... ci sono tante ipotesi».
Quali? A complicare il tutto, la sovrapposizione di ruoli: Abu Omar era pedinato dalla Digos per conto della Procura di Milano che si preparava chiedere l’arresto del presunto terrorista. Quali erano, se mai ci furono, i contatti fra Cia e Digos? «Lady - risponde Pironi - aveva strettissimi rapporti con i colleghi della Digos, con i quali svolgeva attività di contrasto al terrorismo islamico».
Pironi è in via Guerzoni il 17 febbraio 2003. E partecipa ad un’azione un po’ maldestra: «Abu Omar camminava a passo sostenuto sul marciapiede e quindi mi esibisce i documenti; io e Abu Omar ci avviciniamo al centro della carreggiata e lo invito a spostarci dirigendoci verso il furgone» della Cia che aspetta la conclusione del finto controllo dei documenti da parte di Pironi. «Con il telefono in mano spento e senza batteria ho inscenato un vero controllo per darmi un contegno... Io e Abu Omar ci guardavamo ed io ero un po’ imbarazzato, saranno passati quattro minuti». Possibile? Quattro minuti in una situazione così a rischio? Davvero Abu Omar non ha fiutato il pericolo? «Abu Omar mi guardava intensamente... Si apre la portiera... e si apre il portellone scorrevole vedo due braccia, anzi quattro, due persone e Abu Omar, per non farsi male, salta dentro il furgone». È andata davvero così?