Abusi sessuali: il clan Landis ricatta Lemond

L’ex campione: «L’agente di Floyd ha minacciato di rivelare le violenze che ho subito da bambino». E il corridore licenzia il manager

da Spoleto

È il grande moralizzatore del ciclismo americano, è stato il primo grande campione a fare grande gli States su due ruote, il primo americano a vincere il Tour, il primo americano a vincerlo per tre volte, oltre ad essere stato il primo americano a vestirsi con la maglia iridata di campione del mondo, titolo per di più conquistato due volte. Greg Lemond, il grande moralizzatore del ciclismo mondiale, dopo aver ripetutamente accusato Lance Armstrong di essere ricorso a pratiche al limite della legalità e di aver superato in più di un’occasione questi limiti, adesso va contro Floyd Landis, l’ultimo vincitore del Tour, fermato per una positività che i laboratori parigini di Chatenay Malabry hanno evidenziato. Landis si ostina ancora a negare aggrappandosi a una serie di vizi di forma che non cambiano la realtà: nelle sue urine c’erano sostanze vietate.
Greg Lemond, invitato a testimoniare sul caso Landis a Malibù, in California, davanti alla Corte d’arbitrato, ha spiegato di aver ricevuto mercoledì sera minacce dall’agente di Landis, Will Geoghegan. «In piena notte mi è arrivata una telefonata – ha raccontato - e l’anonimo interlocutore ha minacciato di rendere pubblico un episodio della mia vita, quando da piccolo ho subito violenze sessuali. Sono andato a controllare i tabulati: il numero era quello del manager di Landis. Non ho paura, ho subito denunciato il fatto». E Landis, dopo aver avuto la confessione di Geoghegan, lo ha licenziato. «Mi ha chiesto scusa, mi ha detto che non voleva – ha raccontato Lemond - ma le minacce restano e sono gravi».
Poi nuove rivelazioni. Subito dopo la vittoria di Landis al Tour 2006, Lemond si sentì in dovere di chiamare il connazionale - con il quale non era «in grandi rapporti» - per invitarlo a confessare: «Io credo che tu sia una brava persona. Se ammetti che sei colpevole puoi provocare un grande cambiamento in uno sport che ha bisogno di essere pulito. Fai tu il primo passo, sarai premiato per quello che farai».
Landis decise di fare di testa propria e di non seguire i consigli dell’ex collega. «Mi disse che confessare non sarebbe servito a nulla – ha detto Lemond - e anzi dire la verità avrebbe distrutto molti suoi amici e procurato danni irreparabili a tante altre persone. Gli spiegai che non era così, che nello sport come nella vita bisogna avere coraggio. Quel coraggio che lui, al momento, non ha e preferisce mentire».
Greg Lemond è uscito dalla Corte di Malibù sollevato, ma nel complesso deluso. «Il ciclismo fatica a cambiare e i corridori stanno facendo ancora troppo poco per promuovere questo cambiamento. Quando sento dire che è impossibile vincere un Tour senza doparsi - ha aggiunto - rispondo che non è vero perché infatti io ci sono riuscito. Purtroppo, nel mondo del ciclismo ci sono un sacco di persone che non vogliono vedere la verità. E tante che non vogliono ascoltare. Soprattutto tante che hanno paura».