Gli abusivi «resistono» ma la polizia controlla i permessi di soggiorno

Il questore: «Il palazzo è fatiscente e ammettono di non poter restare lì»

Paola Fucilieri

Si sono messi in fila uno dietro l’altro, tranquilli, con i documenti in mano, pronti a farsi controllare. E, alla fine della giornata, sono risultati tutti regolari, tutti in possesso di permesso di soggiorno. Sono gli oltre 260 africani - sudanesi, eritrei, etiopi e somali - censiti ieri da una quindicina di poliziotti dell’ufficio immigrazione di Milano appostatisi da ieri mattina alle 9 con un tavolino proprio all’interno di via Lecco 9, lo stabile occupato martedì notte dagli stranieri.
«Volevamo fare uno screening dei titoli di permanenza e della situazione giuridica di questi stranieri, sapere chi aveva la richiesta di asilo politico e chi il permesso di soggiorno per motivi umanitari in attesa di asilo politico. L’avevo già detto a chi me lo aveva chiesto: il “dna” di queste persone è molto diverso da quello degli stranieri di via Adda. Anche il loro essere musulmani non ha nulla a che fare, nemmeno lontanamente, con il fondamentalismo o con gli aspetti per noi meno tollerabili, a livello sociale e umano, da parte di chi professa questa religione» ha spiegato il questore Paolo Scarpis.
Del resto era stato proprio lui, il questore, che giovedì non aveva mai voluto parlare di sgombero in senso stretto per via Lecco. E lo sgombero, infatti, non si è fatto. «Il palazzo è in condizioni pessime, disastrose - conclude Scarpis -. Gli stessi occupanti sono consci, e lo hanno detto anche a noi, di non poter restare lì».
Tuttavia è fin troppo chiaro che, fino a quando il palazzo resterà in queste condizioni - cioè praticamente inagibile, ma con un ultimo piano mansardato nuovo di zecca (cioè la parte dello stabile dove si sono sistemati gli immigrati durante l’occupazione) - il luogo, seppur sprovvisto anche delle comodità più elementari, sarà sempre meta «appetibile» per chi non ha un tetto. Sono ben 15 anni che la proprietà deve abbattere completamente la costruzione per innalzare al suo posto un hotel. In attesa dei permessi del Comune - che, per ammissione stessa dei proprietari, sarebbero ancora «in alto mare» - si è pensato di sfruttare la legge sui tetti e costruire la mansarda, guadagnando in volumetria. Ma se è vero che il Comune dovrà trovare in fretta una sistemazione per questi immigrati regolari - perché l’abbandono del palazzo da parte loro, sgombero o non sgombero, li ributterebbe comunque sulla strada, alla ricerca di uno stabile più adatto ad un’altra occupazione abusiva e in balia di ogni collettivo o centro sociale con velleità da paladino - è moralmente obbligatorio risolvere velocemente anche la questione dell’esistenza di una costruzione tanto grande e centrale, quanto pericolante e inutile.
Intanto si è scoperto che, se è vero che in via Lecco 9 non c’erano e non ci sono mai stati malati (come, invece, avevano ribadito più volte i ragazzi dello «Ya basta!» al solo scopo di strumentalizzare la vicenda) erano comunque ben più dei 260 censiti ieri gli stranieri che per quattro notti hanno dormito nel palazzo. Tra loro, infatti, c’erano anche degli irregolari. Che, però, recepito in anticipo il «messaggio» di non belligeranza della questura, si sono allontanati gradualmente, ma con un tempismo formidabile: un attimo prima dei controlli. E tutto fa pensare che, con il passare dei giorni, il palazzo verrà lasciato spontaneamente e in maniera tranquilla da tutti gli occupanti. In fondo, l’ideale - e lo scopo della questura - sarebbe che le questioni di ordine pubblico, in tempo di pace, si risolvessero sempre così. Civilmente.