Accardo presenta il Vivaldi «ritrovato» dopo cento anni

Il violinista esegue oggi a Montestella il «Concerto in Re minore n° 100», composizione smarrita del veneziano

Piera Anna Franini

Salvatore Accardo è solista con fiocchi e controfiocchi, assieme a Uto Ughi sinonimo del violinismo italiano. Sommo artista e uomo serafico, gaudente. Sorride quando ci confessa, «proprio l’altro giorno Giuranna mi ha detto: “Sai che sei il violinista più vecchio in circolazione?”. Ho passato in rassegna i miei colleghi e mi sono reso conto che questa è la verità».
Accardo, napoletano verace, nato a Torino nel 1941, sdrammatizza discorsi sui tempi passati, e punta al presente andandosene in giro con l’Orchestra da Camera Italiana, complesso giovanile che tanto ha voluto, e cercando quelle poche pagine – praticamente solo inediti - che mancano al suo repertorio. È il caso del Concerto in re minore per due violini, archi e basso continuo FI n° 100 del compositore veneziano Antonio Vivaldi, il Prete Rosso, assente dalle sale da più di cent’anni.
Partitura che Accardo e Laura Gorna propongono stasera nella Sala Italia 2006, ore 21, nell’ambito della Festa dell’Unità. In programma, condiviso con l’Orchestra da Camera italiana, solo Vivaldi, Quattro stagioni comprese. Intervengono Lella Costa e Ottavia Piccolo nella lettura di poesie.
Cosa si deve aspettare il pubblico da questo concerto sconosciuto?
«È un concerto che rispecchia Vivaldi in tutta la sua grandezza. Da un punto di vista armonico non ricalca i soliti schemi vivaldiani, fatto da rimarcare se si considera che Vivaldi ha scritto circa cento concerti per due violini. Sarà una sorpresa per tutti, esiste un’incisione discografica superlativa, con Oistrach e Stern che però non avevano mai eseguito il Concerto in pubblico».
E lei come è arrivato a questo Concerto?
«Attraverso l’incisione di Oistrach e Stern. È stato un amore a prima vista».
È la sua prima esecuzione?
«No, l’abbiamo proposto questa estate in Svizzera, a Verbier».
In testa al programma della serata si legge: «Concerto per la pace, contro ogni forma di terrorismo»... per ribadire che anche la musica classica può avere una portata sociale?
«La musica può fare moltissimo, può aiutare i giovani. Penso a Paesi come il Venezuela, dove fanciulli sono stati strappati alle strade e alla delinquenza grazie alla musica, creando orchestre giovanili. La musica può essere una via di salvezza. In Italia, purtroppo, l’educazione musicale è inesistente. In Italia si diventa appassionati di musica spinti dalla famiglia o da amici, per folgorazione divina... mai grazie allo stimolo della scuola».
Sempre al Mazdapalace, lunedì, ci sarà un incontro dal titolo «I giovani e la musica». Questi sono alcuni degli aspetti che tratterà?
«Sì, e spiegherò che, paradossalmente, abbiamo giovani musicisti di grande levatura. Il problema riguarda il pubblico, un problema che quand’ero ragazzo era esattamente inverso. Ora ci sono tanti giovani musicisti ma hanno difficoltà ad esprimersi, si tagliano fondi a società di concerti, più di cento sono state chiuse recentemente. Questo è il momento più duro che la musica classica italiana abbia attraversato da quando è iniziata la mia carriera».
Se dovesse segnalare un giovane talento italiano?
«Ho avuto e ho bravi allievi... Anna Tifu però promette qualcosa di superlativo».
Una carriera lunga e intensa, la sua. Ha inciso tutto. Come saranno quindi i rapporti futuri con il disco?
«Dopo aver riproposto i Capricci di Paganini, vorrei rifare le Partite di Bach. Il modo di affrontare Bach di noi vecchi violinisti era un poco stereotipato, nel frattempo alcuni musicisti hanno aperto porte diverse nell’affrontare la musica antica. Vorrei ritornare a Bach dopo queste nuove esperienze».