«Acciuga», la vittoria di pazienza e coraggio

Ha dovuto penare prima d’indossare la divisa del Milan. Ricordate il giochino di Cellino, presidente del Cagliari, che non voleva saperne di lasciarlo libero? Fin dalle prime ore del suo nuovo sodalizio, l’uomo ha dimostrato una pazienza certosina. È stato forse in quelle settimane di silenzio strategico che Massimiliano Allegri, livornese dalle origini umili, detto «Acciuga» per la sua sagoma asciutta, con amici storici che lo seguono in ogni partita, ha messo a punto il suo ingresso a Milanello in punta di piedi. È un tipo sveglio, il nostro e ne ha dato subito pubblica dimostrazione. Il giorno della presentazione, si è fatto da parte lasciando a Silvio Berlusconi l’intera platea dei media. Lui ha atteso il giorno dopo per esporre un paio di ideuzze semplici semplici. Con il premier ha intrecciato un rapporto schietto, fatto di continui confronti e di puntuali dialoghi telefonici. «C’è sempre da imparare con Berlusconi» è stata la sua frase. Gli è valsa come salvacondotto durante le prime difficoltà incontrate tra Cesena e Catania, una sconfitta inattesa e un pari che ebbero l’effetto di una doccia scozzese sugli entusiasmi rossoneri.
L’assemblatore Allegri, paziente e meticoloso, ha avuto il merito di entrare nel Milan senza tradire la pretesa di rivoluzionare tutto e subito: ha cominciato dall’essenziale, gli allenamenti (fino ad allora a ritmi blandi) e i disegni tattici arditi (di Leonardo). Ha deciso di puntare su alcuni precetti: 1) recupero e rilancio dei senatori (Gattuso, Zambrotta e Abbiati in primissimo piano); 2) preparazione fisica più intensa; 3) cura della fase difensiva con addestramenti specifici; 4) nessuno sconto ai grandi nomi, Ronaldinho in testa; 5) un occhio particolare dedicato ai giovanissimi del gruppo. Così il suo Milan è partito col vecchio 4-3-3 prima di tornare all’antico rombo di ancelottiana memoria passando attraverso rischiose esclusioni. Non ha avuto timore di mettere da parte Ronaldinho, di lasciare in panchina Seedorf e Pirlo, Pato e Inzaghi, per citare i cognomi eccellenti. Stesso procedimento per il centrocampo: precedenza agli intoccabili, Pirlo e soci insomma per poi imporre scelte coraggiose e passare al centrocampo dei tre mediani (a Bari), capace di garantire una maggiore solidità difensiva.
Ha saputo anche riconoscere qualche errore commesso. Come per esempio nei confronti di Oddo e Jankulovski, in un primo tempo, lasciati ai margini di Milanello, e poi integrati velocemente, ottenendo da loro perfomances limitate, ma di grande sostanza. Stessa onestà nei confronti di Seedorf: quando il «panterone» andava in giro con lo specchio, l’ha messo da parte. Appena l’ha visto riguadagnare una sontuosa forma, gli ha spalancato le porte del Milan ottenendo una striscia di giocate incantevoli. È riuscito a domare anche un cavallino di razza come Pato, insensibile ai richiami del collettivo, tutto concentrato solo sul gol e su se stesso. Si è «addormentato» Allegri, per sua stessa ammissione, tra Bari e Palermo, all’altezza della curva a gomito della stagione tricolore. Poteva passare a più 7 sull’Inter e si è ritrovato invece sull’orlo del precipizio, a più 2 prima del derby della svolta. Non ha perso la tramontana per un solo giorno: convinto delle proprie ragioni. «A 80 punti si vince» lanciò l’opa sullo scudetto giusto in tempo.
Mai polemico (una sola concessione, col rivale Mazzarri), al contrario di Ancelotti ha puntato sulle reclute appena possibile: Boateng è stata una sua creatura, Merkel scovato nel settore giovanile, Strasser lanciato sul più bello. Ma non ha dimenticato i guerrieri del timbro di Yepes e Van Bommel: cotti e mangiati, verrebbe da dire, preparati e spediti nel mischione. Dinanzi alle prime lodi, si è fatto da parte con garbo. «Devo ringraziare la società che mi ha fornito una rosa superlativa» la sua chiosa. Uno così è destinato a non fermarsi qui.