Accoltella moglie e figlia. E lascia una bambola sul letto della piccola

Cosenza, la disoccupazione diventa follia omicida Ammazza i familiari e poi tenta il suicidio. La bimba, quattro anni, trucidata con colpi chirurgici

Accanto al corpo della figlia, quattro anni cancellati con cinque coltellate, ha sistemato un barattolo di matite colorate, un quaderno e alcune bambole. Si può uccidere cercando di non distruggere il nido familiare, le abitudini di chi lo abitava, persino gli hobby di chi riempiva quella casa. Si può uccidere chi ha condiviso una vita, una moglie giovane e carina - come documentano le foto diffuse dalle agenzie - e uno scricciolo tutta allegria, ma si può farlo in punta di piedi. Con la speranza, allucinata, di non scompaginare quel nido. Gianluca De Marco l’ha fatto: ieri mattina all’alba in una villetta di Villapiana Lido, in provincia di Cosenza. Quindici coltellate, dieci per Marilena Agrelli, le altre per Jennifer, che dormiva nel letto matrimoniale a fianco della madre.
Un massacro, compiuto nel luogo più rassicurante per un bambino, il lettone, però nel pettine degli investigatori resta impigliato un dettaglio che impressiona più di quell’orrore: «L’uomo ha assestato colpi precisi ma non violenti». Ha centrato gli organi vitali con una mira quasi chirurgica. Ha limitato, per quanto possa apparire incredibile, la violenza di quell’azione insensata e bestiale, infine ha ricomposto il set domestico, collocando al posto giusto quei frammenti ormai inservibili di vita domestica, le matite e le bambole.
Lampi di pietà, infilati nel contenitore della follia. Gianluca De Marco non è un serial killer professionista che cerca di sviare da sé i sospetti. Tutt’altro, ha cercato di completare l’opera, facendola finita: ha ingerito un cocktail di farmaci e si è tagliato i polsi, sempre con lo stesso coltello da cucina usato per lo scempio. Ma l’istinto di conservazione ha avuto la meglio: ha vomitato i veleni, le ferite erano troppo superficiali. Allora ha riposto la lama sul comodino, come fosse un libro e ha chiamato i carabinieri, avvolgendo di premure la distruzione della propria famiglia: ha raccomandato loro di non lasciare scoperti i corpi della moglie e della figlia per non esporli al freddo. Certo, molti delitti consumati fra le mura domestiche paiono ancora più atroci, perché il sangue e la furia sembrano talvolta mescolarsi a forme quasi incomprensibili di rispetto e di affettuosità; persino a Cogne, Samuele, aggredito da una mano cieca di rabbia, fu infine ricoperto con il piumone. Ma qui, l’assassino sembra aver agito, paradosso insondabile, con tutta la delicatezza di cui era capace.
Il resto è la colonna sonora sempre uguale e sempre diversa di queste storie tinte di nero: l’incredulità dei vicini che credevano di fare i conti con una famiglia normale; lo sgomento del sindaco di un paesino tranquillo; le lacrime dei parenti e lo struggimento corale per Jennifer, «bambina bellissima, molto vispa e intelligente», costretta a sloggiare dal mondo nell’età in cui si bussa al mondo con la manina curiosa.
Difficile dire cosa abbia mandato in cortocircuito la testa dell’uomo. Da adolescente aveva subito un brutto incidente e aveva battuto malamente la testa, ma il dramma era rientrato. De Marco si era sposato e aveva cominciato a lavorare come carpentiere; la scorsa estate però era arrivato l’incidente numero due e, trauma numero tre, si era trovato senza lavoro. Nelle ultime settimane la sua vita sembrava sospesa sullo sgabello della precarietà e quel nido sempre più a rischio.
Venerdì sera, Marilena aveva chiesto alla mamma di non lasciarla sola col marito: temeva quel che è accaduto. «Avevo difficoltà di lavoro», è tutto quello che lo stranito protagonista ha farfugliato ai militari che lo accompagnavano al carcere di Castrovillari. Una didascalia che non dice. Il mistero di quella follia resta sigillato nella mente di De Marco. Lui, se solo avesse potuto, avrebbe chiesto scusa alla moglie e alla figlia.