Accorato appello ai liberalchic con troppe fisime

Caro Granzotto, che desolazione! Siamo alla conclusione di una campagna elettorale (le scrivo a 48 ore dal voto), la più scadente e dimessa. Volgarità si sono sommate a volgarità e me ne farei una ragione se fossero solo di parte avversa. Purtroppo non è così. Sono di destra, ma a deludermi è il berlusconismo e ovviamente il suo capo, incapace di signorilità, protagonista di vicende tanto clamorose quanto squallide. Della qual cosa ne risente la politica, che ha perduto, mi passi l’espressine, l’eleganza. Ho una gran voglia di astenermi, di andarmene al mare domenica prossima.
Milano

Voglio essere franco, caro Baratti: così come ho in uggia i radicalchic, non sopporto i liberalchic come lei. Cioè coloro che si dicono di destra, si dicono liberali però non al punto di votare i partiti della destra liberale. E questo perché non vi va a fagiolo Berlusconi. Personaggio ai vostri occhi troppo poco composto e ammodo, al quale fa difetto quella costante gravità di comportamento che voi credete, illudendovi, essere il naturale sostegno di un alto valore morale. Confondendo l’etica con l’estetica vorreste un Berlusconi macchiettistico, alla Oscar Luigi Scalfaro o Gianfranco Fini, entrambi fortemente convinti che l’abito faccia il monaco e dunque imbalsamati nei rispettivi ruoli. Tutto un sussiego, una vanagloriosa supponenza che lasciano trasparire e dalla parola e dal gesto, immancabilmente solenne. Voi liberalchic storcete il naso per le strimpellate con Apicella, scuotete il capo per le giovanotte alla mensa di Arcore, vi sconsolate per le gaffes e le barzellette e probabilmente siete svenuti, come tante sensibili dames au camelias, alle goliardiche, quando non casermesche battute del Cavaliere. Facendosi abbagliare dalla sua personalità lei, caro Baratti, ha finito per non vedere altro che il lato gioioso e giocoso di Berlusconi, lasciandosene condizionare fino al punto di non riconoscergli la statura politica che merita. Sino al punto di star lì lì per disertare le urne - non lo faccia! - per compiacere le sue ùbbie estetizzanti. In questo comportandosi come quel tal marito che per fare dispetto alla moglie procedette come ben sappiamo.
Astenendosi dal voto lei spalanca le porte alla sinistra, caro Baratti: ma non si illuda che le rechi in dono gentiluomini che trascorrono le serate leggendo Kant - come dice di fare Umberto Eco - e sorseggiando vecchi cognac. La versione becera della politica è farina del loro sacco; il dossieraggio, il fango, la malagrazia che ne è parte è farina del loro sacco che altro - idee, programma, ideali - non contiene. Come doveva reagire, la destra, alle violenze verbali, agli insulti, alle calunnie, ai berci da carrettiere e alle maldicenze da portinaia? Porgendo l’altra guancia? Pensi a quello che fa, caro Baratti. Se, anche grazie al suo contributo, dovesse spuntarla, questa sinistra piomberebbe il Paese nella gora del Terzo mondo. È questo che desidera, per appagare il suo senso estetico? È dal fallito golpe di Mani pulite che ci troviamo impegnati in una domestica guerra di civiltà: da un lato la nostra, quella di tradizione liberale e dall’altro quella dei Pisapia, di tradizione comunista. In tale frangente, quando scocca il momento del corpo a corpo elettorale è insensato marcare visita solo perché il generale di brigata non ha la piega ai pantaloni. Corra dunque a votare, caro Baratti, correte a votare tutti voi liberalchic con la fisima dell’astensione: all’assalto, e la scheda vi sia da baionetta.
Paolo Granzotto