Accordo all’Onu: 15mila caschi blu in Libano

Il premier israeliano cade nei sondaggi: non ha saputo fare la guerra

Gian Micalessin

da Kiryat Shmona (Israele)

Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha raggiunto l’accordo e lo ha votato nella notte: cessate il fuoco pressoché immediato, schieramento di una forza di interposizione internazionale ai confini, rilascio incondizionato degli ostaggi israeliani, disarmo degli hezbollah. Il Libano ha detto sì. E anche Israele lo ha fatto. Ma l’incertezza sulla reale possibilità di applicare la risoluzione è grande. Come dimostra il comportamento stesso del premier israeliano Ehud Olmert che ha - ancora una volta - deciso di non decidere. Ha dato il via alla nuova offensiva di terra, al grande balzo verso il fiume Litani, 30 chilometri a nord del confine, ma ha anche salutato con favore la risoluzione franco-americana per il cessate il fuoco.
Il sì di Olmert è stato comunicato di persona al presidente americano George Bush nel corso di una telefonata notturna in cui lo ha ringraziato per aver tutelato gli interessi di Israele. Subito dopo il premier israeliano ha raccomandato al suo governo di ratificare l'accordo raggiunto al Consiglio di Sicurezza. Gideon Meir, il futuro ambasciatore in Italia ancora in carica al ministero degli Esteri di Gerusalemme, fa nel frattempo sapere che l'offensiva militare per il momento non si ferma, almeno fino a domenica. Potrebbe venir bloccata dopo il voto del Consiglio di Sicurezza oppure dopo la ratifica del cessate il fuoco da parte del governo israeliano. Ma, come suggerisce qualcuno in questa frenetica notte senza certezze, potrebbe anche continuare senza requie.
La risoluzione approvata dal Consiglio di Sicurezza non sembra infatti garantire alcuna certezza riguardo al disarmo delle milizie di Hezbollah e all'effettiva messa in atto della Risoluzione 1559. La bozza varata da Stati Uniti e Francia lascia per il momento piena giurisdizione per il disarmo ad una forza di 15mila soldati libanesi. La forza internazionale dovrebbe invece essere a guida francese e prevedere truppe italiane, spagnole, tedesche e australiane. «Mandato robusto», assicura il segretario di Stato americano Condoleezza Rice, ma solo come forza di interposizione. In queste condizioni il disarmo del Partito di Dio potrebbe rivelarsi praticamente impossibile garantendo a Israele la possibilità di non ritirarsi, come invece prevede la risoluzione.
Ma gli obbiettivi di Ehud Olmert appaiono in questo momento quanto mai confusi e imperscrutabili. Ieri mattina Ehud Olmert sembra un premier in agonia. Il sondaggio sul possibile cessate il fuoco sbattuto in prima pagina da Haaretz è la sentenza più crudele. Solo il 20% del Paese interpreta come una vittoria l'eventuale fine delle ostilità. Per il 44% smettere di combattere su richiesta dell'Onu equivale a un pareggio. Per il 30% è una sconfitta. La fiducia nel primo ministro è precipitata in un mese dal 78 al 48%. Il 40% del Paese non si fida più di lui. 53 israeliani su cento pensano che la guerra andrebbe meglio se la nazione potesse ancora contare su un leader con un passato da militare.
Nel pomeriggio Ehud Olmert cerca una via d'uscita. Il governo libanese ora accetta, ora respinge le linee guida della bozza franco americana sul cessate il fuoco. Quelle mosse confuse sono la sua àncora di salvezza. «Beirut sta tornando sui propri passi». Fonti militari ricordano il rischio di un mancato disarmo di Hezbollah se il contingente internazionale non assumerà il controllo della frontiera con la Siria e non potrà utilizzare le armi. Olmert mette sul tavolo queste e altre ragioni e poco dopo le 18.30 annuncia di aver dato il via alla nuova offensiva. Ma è una decisione alla Olmert. La telefonata della Rice lo fa tornare sui propri passi. E alle 11 di sera l'intero Israele si rassegna a una notte d'incertezza.