Un accordo tra Iran e Hamas dietro il raid degli Hezbollah

Secondo gli israeliani, l’attacco delle milizie del Partito di Dio sarebbe stato ordinato da Teheran su richiesta dei fondamentalisti palestinesi

Marcello Foa

Ci sarebbe l’Iran dietro gli attacchi degli hezbollah in Israele. E dietro l’Iran, il capo dell’ufficio politico di Hamas, Khaled Meshaal. Lo scopo? Aprire un secondo fronte contro lo Stato ebraico e alleggerire la pressione sul governo palestinese. L’ipotesi, suggestiva, è rilanciata da un sito israeliano di intelligence - Debka - che cita fonti dell’antiterrorismo e che in passato si è rivelato ben informato.
Che gli hezbollah facciano capo a Teheran non è un mistero. L’organizzazione fu fondata nel 1982 da duemila attivisti iraniani in risposta all’invasione israeliana del Libano e da allora i rapporti con la «casa madre» non si sono mai interrotti. Da 24 anni Teheran invia armi e finanziamenti, con il placet della Siria che è amica degli iraniani e che da sempre è in eccellenti rapporti con gli hezbollah.
La svolta risalirebbe alla settimana scorsa. Boicottata dall’Occidente, martellata dagli israeliani, tradita dall’Arabia Saudita e dall’Egitto, che si sono schierati con il presidente dell’Anp Abu Mazen, Hamas si è resa conto di essere sul punto di soccombere. E allora Meshaal si sarebbe recato dall’ambasciatore iraniano a Damasco, Mohammed Hassan Akhtari, al quale avrebbe consegnato un messaggio pressante: «Intervenite o Israele distruggerà Hamas».
Quarantotto ore dopo ecco l’ok di Teheran, a cui tra l’altro non dispiace lo scoppio di una nuova crisi in Palestina alla vigilia dal summit del G8 del prossimo weekend a San Pietroburgo. Se l’attenzione internazionale sarà puntata sul Libano, la questione del nucleare iraniano passerà in secondo piano. E allora ecco l’attacco degli hezbollah, ovvero di un movimento che è rappresentato nel Parlamento libanese (alle elezioni del 2005 ha conquistato 23 seggi su 128) e che ha addirittura due ministri nel governo. Sono i paradossi del Medio Oriente.
Come Hamas, gli hezbollah hanno una doppia anima: politica e militare. La prima è quella formalmente democratica, che ha consentito loro di prendere il controllo di ampie zone del sud, dove sono riusciti a creare una capillare rete di assistenza sociale attraverso la costruzione di scuole, cliniche e ospedali, peraltro non gradita a tutti. Già, perché nei villaggi dove comandano loro, gli hezbollah oltre alla carità, impongono lo stile di vita islamico, avvalendosi di un argomento convincente: le milizie armate.
L’Unione Europea e gli Stati Uniti non hanno dubbi: Hezbollah, che dal 1992 è guidata da Hassan Nasrallah, è un’organizzazione terroristica. I trascorsi sono impressionanti, a cominciare dal 1983. Furono i suoi kamikaze a far saltare in aria a Beirut l’ambasciata degli Usa, la caserma americana e quella francese provocando in tutto 361 morti. Nel Libano sconvolto dalla guerra civile, Hezbollah rapì una trentina di ostaggi occidentali, un paio dei quali furono torturati a morte. Poi dopo il 1990 concentrò le proprie attività nel Sud del Libano, con continui attacchi contro le forze israeliane. Una sola «scorribanda» all’estero, quella compiuta nel 1994 in Argentina, quando una bomba esplose in una sede della comunità ebraica a Buenos Aires, uccidendo 85 persone.
Nel 2000 Israele si ritirò unilateralmente dal sud del Libano e Hezbollah perse formalmente la sua ragione di esistere. Gli accordi di Taif e la risoluzione 1559 dell’Onu prevedevano lo scioglimento di tutte le milizie armate. Ma Hezbollah ha sempre rifiutato di disarmare. In queste ore si capisce perché.