Accordo da mille miliardi di dollari Guerra globale ai paradisi fiscali

nostro inviato a Londra

Se almeno per una volta, questa volta, potessimo fidarci dei mercati finanziari, potremmo dire che le conclusioni del summit del G20 sono state positive: mentre Barack Obama incontrava i giornalisti nella sua conferenza stampa conclusiva, l’indice Dow Jones della Borsa americana saliva del 3,44%. In precedenza le Borse europee avevano salutato la fine del vertice con cospicui rialzi: +5% l’indice dei migliori titoli europei. E in Giappone, a riunione ancora aperta per via dei fusi orari, l’indice Nikkei aveva scommesso sul successo del summit con un +4,4%. Ma è nel comunicato finale e nelle parole dei leader che i 2.500 giornalisti di oltre venti Paesi presenti a Londra hanno scorto un qualcosa di positivo, una prima risposta politica comune alla crisi. Mille miliardi - altri conti parlano di mille e cento miliardi - di risorse aggiuntive per la crescita sono una cifra considerevole. La regolamentazione degli hedge funds, per la prima volta, rappresenta un segnale importante, così come la pubblicazione della «lista nera» dei paradisi fiscali. «Questo è il giorno in cui il mondo si è ritrovato insieme contro la recessione globale», ha detto il premier britannico Gordon Brown, che sino a poche ore prima aveva visto in faccia lo spettro del fallimento, o almeno il fantasma di un accordo al ribasso. «La prosperità - ha aggiunto - è indivisibile, possiamo rendere la recessione più breve, e salvare tanti posti di lavoro».
Non sono soltanto i mille miliardi di dollari aggiuntivi a marcare le conclusioni del vertice. Il G20 prosegue nel tentativo, incominciato nel novembre scorso a Washington, di instaurare nuovi principi e nuove regole nei mercati finanziari, fra cui limiti alle retribuzioni e ai bonus dei megadirigenti bancari. «Nessun premio per chi fa fallire una banca», ha rimarcato Brown. Da parte loro, Nicolas Sarkozy e Angela Merkel ottengono la pubblicazione della «lista nera» e l’impegno a sanzioni contro i paradisi fiscali. Il presidente francese e la cancelliera tedesca, che hanno agitato la vigilia del summit con la loro conferenza stampa congiunta, hanno ottenuto un risultato non da poco. E ieri, a riunione conclusa, hanno potuto affermare che si è ottenuto «un compromesso storico, in risposta a una crisi eccezionale», come ha detto la Merkel. Per Sarkozy, il vertice è andato oltre ogni aspettativa, «i risultati oltre la nostra immaginazione: tutti hanno accettato senza riserve che si parlasse dei paradisi fiscali nel documenti finale». Ed ha potuto aggiungere, con una certa soddisfazione che «rispetto al modello di finanza anglosassone finora prevalente, adesso si è chiaramente cambiato pagina». Lo stesso Brown ha spiegato che oggi «è finito il Washington consensus, ed è nato un nuovo consensus» sulle regole e le pratiche economiche e finanziarie.
Nessuno al G20 ha abbandonato il capitalismo, nessuno ha rinnegato il mercato. Ma gli eccessi della finanza spingono le autorità a una modello più restrittivo. Una situazione che ha coinciso con l’esordio sulla scena internazionale di un presidente americano meno dogmatico e più realista. Obama, a Londra, si è dimostrato molto flessibile, secondo la definizione coniata per l’occasione da Silvio Berlusconi. «Possiamo ammettere di non aver sempre la risposta giusta - ha detto incontrando i giornalisti - e io sono impegnato a creare consenso piuttosto che a imporre le nostre condizioni. Se gli Stati Uniti agissero da soli sarebbero efficaci al 50 per cento, o forse anche meno. Ero giunto a Londra per ascoltare, imparare e fornire un contributo americano: credo di avere centrato l’obiettivo». Obama ha definito le decisioni prese al vertice «di portata senza precedenti» per la ripresa dell’economia. Ha ricordato le persone in difficoltà «negli Stati Uniti, ma anche qui a Londra e nel resto del mondo», e ha annunciato che la sua amministrazione aumenterà i contributi per chi soffre la fame. Un esordio complicato, quello del neo presidente. Ora l’amministrazione americana è attesa alla sfida più difficile, quella del piano Geithner per la pulizia dei titoli tossici dai bilanci delle banche.
Non sono mancate tensioni, fino all’ultimo, nel corso delle due giornate. Gli sherpa, i principali collaboratori dei capi di Stato e di governo, hanno gettato la spugna dopo una nottata di trattative, e sono stati gli stessi leader a trattare su ogni singolo punto. Ai mercati e agli osservatori il risultato appare buono, almeno a prima vista. Se il G20 di Washington, nello scorso novembre, è stato il vertice dei principi, quello di ieri nelle docklands di Londra è stato il summit delle regole. Il prossimo incontro - che si terrà forse in Giappone o forse a New York - sarà più prosaicamente il vertice della verifica dei progressi fatti sul campo. Il diavolo si nasconde nei dettagli, nel come applicare le ricette. E in questo, il documento del G20 appare ancora un po’ generico.